SAN GREGORIO MATESE. Guardiaregia devono promuovere il turismo anche sul brigantaggio postunitario.

Letino appartenne dal 1927 al 1945 alla Provincia di Campobasso e nel 1929 al raduno folcloristico a Campitello Matese, le donne di Letino e di Roccamandolfi vinsero una coppa per sapere cavalcare magnificamente asini, muli e cavalli.

di Giuseppe Pace (Socio onorario del Club Ragno di Bojano).

La fotografia, qua riportata, ritrae due molisani accanto alla pietra dei briganti di Guardiaregia. Premetto che è mia impressione fondata e sperimentata d’estate con le varie feste inneggianti il brigantaggio a cominciare dalla “Notte dei Briganti” di San Gregorio Matese (CE), che non pochissimi dei comuni matesini e meridionali non mettono spesso in mostra del brigantaggio la storia. Si spera che il Sindaco di Guardiaregia (CB) non imiti pedissequamente cosa fanno i vicini di San Gregorio Matese per incentivare il flusso turistico per il brigantaggio postunitario e ponga in mostra, soprattutto, la storia reale del fenomeno del brigantaggio postunitario. La grande e singolare pietra, posta di fronte alla fontana ad est di piazza Toronto di Guardiaregia, sta a testimoniare la storia sul brigantaggio ed una didascalia il comune potrebbe anche metterla a corredo per spiegare al turista un po’ di storia locale. A Guardiaregia due anni fa e d’estate andai con Goffredo Del Pinto che doveva leggere un verbale realistico e poliziesco su alcuni fatti di brigantaggio locale e dei paesi viciniori. Egli poi me lo lesse e notai che anche dei preti si camuffavano da briganti per andare a rubare ai possidenti di Campochiaro, ecc.. Dunque sotto il fenomeno del brigantaggio non vi erano solo idealisti filoborbonici, ma soprattutto altri venali e approfittatori del disordine sociale. Il verbale dei carabinieri, lettomi da Del Pinto, credo che sia presso l’Archivio di Stato di Campobasso o la storica biblioteca “Pasquale Albino”. A quest’ultima biblioteca citata ho donato, per fare memoria, il mio saggio ”Letino tra mito, storia e ricordi”. Letino appartenne dal 1927 al 1945 alla Provincia di Campobasso e nel 1929 al raduno folcloristico a Campitello Matese, le donne di Letino e di Roccamandolfi vinsero una coppa per sapere cavalcare magnificamente asini, muli e cavalli. I letinesi, più tradizionali, portavano ancora ai piedi, unico gruppo là radunato, le scarpe simili alle cioce, fatte con pelli di animali. In Molise esiste una vasta letteratura sul brigantaggio pre e postunitario non indifferente e spesso più realistica di quella esistente in Campania, troppo filo borbonica. A San Gregorio Matese vi fu Beniamino Caso che armò la Legione del Matese, che combattè contro l’esercito borbonico. Tra San Gregorio M. e Baranello (CB) vi furono matrimoni importanti per la storia locale. A Bojano l’Unità d’Italia fu favorita da alcuni personaggi locali che seguirono Garibaldi soprattutto dell’ultimo periodo, quando era più evidente che stava per vincere la lotta contro l’esercito borbonico. Attorno a Bojano, sui monti del Matese molisano e campano, pullularono le bande di briganti che taglieggiavano i facoltosi liberali e mai i nobili locali come a Piedimonte d’Alife. Questa, cittadina del Sannio casertano, è stata per molti secoli segnata dalla casa nobiliare dei Gaetani. Tra questi blasonati vi è stato anche un Duca nel castello ancora esistente localmente nel rione San Giovanni, che periodicamente ha bisogno di restauri e, in tempi di vacche magre, non è facile avere altro denaro. La sensibile studiosa molisana, nativa di Macchiagodena (IS), Adalgisa dell’Omo, scrive in un suo recente saggio “Storie all’ombra del Matese” che: “La causa che determinò l’insorgere del fenomeno del brigantaggio fu senza dubbio la sperequazione economica atavica, in un contesto sociale in cui solo pochissime famiglie possedevano enormi latifondi, addirittura feudi, e si avvantaggiavano dei proventi dell’agricoltura e della pastorizia, mentre tutto il resto della popolazione non possedeva assolutamente nulla, viveva in lerce casupole in promiscuità con gli animali ed in casi estremi era costretta a vendere perfino i figli! A causa di questo stato di cose, quasi sempre come reazione a torti subiti, nacque il brigantaggio. Nel 1860, appena dopo l’unità d’Italia, le speranze del popolo furono di nuovo frustrate, perché nulla cambiò: la terra non venne distribuita ai poveri, ma furono inasprite le tasse e resa obbligatoria la leva. I borbonici dal canto loro, soffiavano sul foco della ribellione nella speranza di una restaurazione. L’annessione dello Stato pontificio al resto d’Italia determinò una reazione forte anche da parte del Clero, che si vide spodestato dei beni e dei privilegi di cui fino ad allora aveva goduto. Molti preti, pur non partecipando attivamente alla lotta, ne furono i fiancheggiatori”. La citata scrittrice dell’Omo sostiene, inoltre, che “Né la destra storica, né la sinistra storica ed i partiti odierni hanno risolto la Questione Meridionale”. Altri studiosi, dalle colonne di questo mass media, scrivono: ”Il Brigantaggio post unitario più che una conseguenza di una colonizzazione nordista a danno del Mezzogiorno d’Italia, sembrerebbe originato da un capriccio delle monarchie Sabauda e Borbonica, imparentate tra di loro, che strumentalizzarono e politicizzarono il fenomeno per proprio tornaconto. A farne le spese, come spesso accade, furono i più poveri, i contadini, ma anche chi aveva creduto nell’Italia Repubblicana e in Garibaldi. I contadini già con i Borbone vivevano in una condizione di miseria, i Savoia li resero ancora più miseri privandoli dell’utilizzo delle terre demaniali, che finirono gradualmente nelle mani di ricchi signorotti e baroni. Furono privati di poter raccogliere la legna nei boschi, di poter pascolare i propri armenti, cose che prima facevano in tutta tranquillità. E fu guerra civile, con una repressione durissima durata per ben 10 lunghi anni che non risparmiò neanche donne, vecchi e bambini”. Sui monti del Matese, mentre Roccamandolfi, allora abitata da oltre 3.000 persone ha un po’ parteggiato per il brigantaggio e con propri capibanda, il vicino e più isolato paesetto di Letino ne fu solo spettatore indifferente. A Letino i grandi e piccoli fatti storici provenienti dall’esterno e da lontano non interessavano. Il paesetto allora di 1300 persone, era distante fisicamente e socialmente dai grandi fenomeni sociali che nascevano e morivano lontano. La stessa rivoluzione francese precedente, o quella dell’albero della libertà nell’ex regno di Napoli successivamente non appassionarono alcun letinese, sobrio ed attento a farsi i fatti suoi e a non immischiarsi in fatti, ritenuti di altri. Dunque un mondo, quello letinese, isolato tra i monti più alti del Matese, più che civile, che ha una sua storia non necessariamente brigantesca, anarchica o rivoluzionaria. Leggendo, il 7 c. m. su “Caserta 24 ore Mezzogiorno di terra di Lavoro” l’articolo insolito “Cultura storica. Carlo Filipello carabiniere dei Savoia finito emigrante” di Mauro Lucio Novelli, mi preme sottolineare, sono pochi a farlo nel Mezzogiorno, come e quanti hanno servito lo Stato unitario, appena formatosi, e provenienti spesso dal Piemonte. Sul Matese ed intorno ad esso, troppa retorica parteggia per i briganti e non per la reale storia. Non si onorano a sufficienza i militari morti negli agguati dei briganti né le tante guardie nazionali assassinate dai briganti. Due capi di Roccamandolfi ad esempio erano Domenicangelo Cecchino e Samuele Cimino, che a Letino il 18 settembre 1861 fucilarono cinque Guardie Nazionali. Il saggio di Vincenzo Berlingieri, Storie di briganti. Il brigantaggio in Roccamandolfi. Domenico Fuoco, Associazione Culturale “Pasquale Vignola”, Riccia, 1991, è stato già da me commentato, in altro articolo, per aver negativizzato l’immagine della bella e tranquilla comunità civile di Roccamandolfi (IS). La banda di briganti suaccennata, giunta a piedi a Letino da Roccamandolfi, lungo tratturi noti ai pastori di entrambi i comuni confinanti, dapprima disarmò il manipolo di Guardie Nazionali in servizio nell’isolato paesetto sui monti del Matese, poi umiliarono i cinque malcapitati poveretti, gli lessero una sommaria sentenza e li fucilarono davanti alla chiesa patronale nella centralissima piazzetta letinese. Roccamandolfi è un comune reso famoso per essere stato la patria di non pochissimi uomini dediti al brigantaggio postunitario. Ciò che è meno noto è che a Roccamandolfi era nato già nel 1799 un tipo di brigantaggio legato alla politica più che all’esasperazione e alla rivolta. Emblematico è in questo senso il brigantaggio di Sabatino Lombardi detto il Maligno che da latitante, per sfuggire alla condanna per alcuni omicidi (di cui peraltro solo uno era stato da lui commesso certamente), divenne una delle forze dei sanfedisti filoborbonici e antigiacobini. Per il brigantaggio postunitario si è scomodato perfino l’attuale Sindaco Pd di Vicenza, che ha chiesto scusa al suo collega di Pontelandolfo (BN) per l’”eccidio” (invece fu una reazione per i soldati assassinati in agguati dei briganti capeggiati da Cosimo Giordano) perpetrato sulla popolazione inerme dall’esercito comandato da un colonnello vicentino. I Neoborbonici ci vanno a nozze con la retorica e l’epica storica e fomentano ideologia partigiana contro lo Stato unitario ed inneggiano ai briganti. Molti comuni scimmiottano subito la moda del vittimismo piagnone meridionale e festeggiano i briganti, mai i poveri soldati e guardie nazionali caduti per assolvere il loro dovere chi li onora? Molti dimenticano che lo Stato unitario dovette impegnare migliaia di soldati per sedare una rivolta brigantesca di circa 150mila facinorosi ribelli alla leva militare obbligatoria (con i Borboni non era obbligatorio il servizio militare). Nell’ingresso del cimitero di Bojano (CB) un soldato veneto, del periodo storico del brigantaggio postunitario, scrisse una commovente lapide in onore del figlioletto morto prematuramente per malattia rivolgendosi al libero cielo di Venezia (solo dal 1866 il Veneto entra a far parte del Regno d’Italia). Tale frase è ricordata anche dalla seria studiosa Adalgisa dell’Omo. Dal Piemonte e dall’ex Lombardo-Veneto vennero moltissimi soldati in servizio di leva con sottufficiali ed ufficiali a combattere il disordine sociale causato dal brigantaggio postunitario meridionale. Il cosiddetto massacro di Pontelandolfo e Casalduni fu una rappresaglia ”moderata” del Regio esercito italiano ai danni della popolazione civile dei due comuni il 14 agosto 1861. La decisione di eseguire la rappresaglia fu presa in seguito al precedente massacro di 45 militari dell’esercito unitario (un ufficiale, quaranta fanti del 36° e quattro carabinieri), catturati alcuni giorni prima dai briganti e contadini del posto. I due piccoli centri vennero quasi rasi al suolo. Il numero di vittime è tuttora incerto, ma sulla base della lettura dei registri parrocchiali della chiesa della Santissima Annunziata ove sarebbero annotati dal canonico Pietro Biondi e dal canonico Michelangelo Caterini (firmatario degli atti di morte) i nomi dei morti, le modalità della loro morte e il luogo del seppellimento: 13 persone (undici uomini e due donne) sarebbero morte durante il giorno stesso della strage (dieci direttamente uccisi e due nel rogo delle case) e una tredicesima morì il giorno seguente. Il numero di 13 morti viene confermato nel 2016 dalla scoperta di una lettera d’epoca datata 3 settembre 1861 pubblicata sulla rivista Frammenti del Centro culturale per lo studio della civiltà contadina nel Sannio con sede in Campolattaro. L’autrice della lettera è la signora Carolina Lombardi, originaria di Pontelandolfo, sposata con don Salvadore Tedeschi, speziale in Campolattaro. Nella primavera del 1861 il brigantaggio si era ormai diffuso nel Mezzogiorno compreso il medio Matese. L’azione di contrasto venne in gran parte affidata inizialmente ai bersaglieri; dapprima ne furono inviati 11 nuovi battaglioni formati a seguito della riforma dell’esercito disposta col decreto 23 gennaio 1861 (mentre quelli che avevano partecipato alla campagna 1860-1861 venivano richiamati in alta Italia o inviati in Sicilia) a cui poi si aggiunsero in seguito tre battaglioni di veterani, di modo che al 25 settembre 1861 erano impegnati nella lotta al brigantaggio 17 battaglioni su 34 dell’organico complessivo dei bersaglieri. Ma leggiamo cosa scrive l’articolista citato prima: ”Carlo Filippelli è nato a Castelnuovo Don Bosco, in provincia di Asti, il 27 luglio 1839 e morto negli Stati Uniti il 16 marzo 1918. Essendo un Brigadiere dei Carabinieri, subito dopo l’unità d’Italia scese dal Piemonte per partecipare alla repressione del brigantaggio. Avendo conosciuto al Sud, in provincia di Caserta, all’ epoca Terra di Lavoro, la sua futura moglie Giulia Masciarelli, dovette lasciare l’ Arma , che all’epoca non consentiva di allacciare relazioni sentimentali con la popolazione locale” E da borghese quale lavoro intraprese in Terra di Lavoro? “Per alcuni anni, dopo essersi sposato, lavorò come enologo, ne aveva le competenze provenendo dalle colline dell’astigiano, presso i Galdieri, ricchi latifondisti di Conca della Campania, dove nacque mio nonno Carlo. Nei primi del novecento, dopo alcune discussioni con la famiglia Galdieri, perché intervenuto a difesa dei diritti dei lavoratori dipendenti, il mio bisnonno decise di emigrare negli Stati Uniti, dopo pochi anni lo seguirono in America tutti i suoi figli ad eccezione del primo, Edoardo Filipello, deceduto a Sessa Aurunca il 22 novembre 1937, Capitano dei carabinieri, il quale per diversi anni ha comandato la Compagnia dei Carabinieri di Sessa Aurunca”. Il meridionalismo piagnone, purtroppo, non fa bene al nostro bistrattato Sud Italia. Bisogna rimboccarsi le maniche e fare cose buone e giuste nonché pretenderle da chi è preposto a farle nella Pubblica Amministrazione, che non sempre è trasparente, efficiente e a servizio delle comunità che amministra. La Questione Meridionale, non piagnona, era quella dello studioso Carlo Maranelli che ha scritto saggi sulla Questione Meridionale: “Carlo Maranelli, Considerazioni geografiche sulla questione meridionale; a cura di C. Barbagallo, G. Luzzatto e F. Milone, Bari, Laterza & figli, 1946. Esiste una sterminata letteratura sulla questione meridionale italiana che trova in Giustino Fortunato e Carlo Maranelli due modalità diverse d’interpretare i problemi e due modi di risolverli. Il primo, a fine 1800, vedeva con pessimismo geografico un sud condannato dal povero suolo e dai rigori climatici. Il secondo, nel primo 1900, voleva evitare che dal pessimismo di Fortunato si ricavassero conclusioni fataliste che significassero anche la rinuncia a una politica che avesse come suo proposito il miglioramento delle condizioni agrarie del Mezzogiorno. Gli fecero eco molti meridionalisti famosi come Manlio Rossi Doria, Francesco Compagna, Giuseppe Galasso, Giuseppe Coniglio, Giuseppe Cuomo, Pietro Coletta, ma anche meridionalisti minori come Vittorio Fiore, che scrisse di Aldo Moro e il nodo meridionale, di Francesco Caruso che scrisse sull’attuazione del regolamento Cee 270/1979, sulla divulgazione agricola, di Aldo Cervo che si interessò di vecchi e nuovi problemi dell’agricoltura meridionale nonché Gabriele Gaetani d’Aragona che scrisse di politica comunitaria e Mezzogiorno. Per l’industrializzazione meridionale e l’evoluzione urbana si interessarono: Tullio d’Aponte, Augusto Graziani, Mariano d’Antonio, Alfredo Testi, Salvatore Cafiero, Ernesto Mazzetti e Ugo Leone. Forse bisognerebbe far conoscere meglio ai meridionali la Questione Settentrionale nonché la reale legge Pica, dell’abruzzese Giuseppe Pica. La legge 15 agosto 1863, n. 1409 (“Procedura per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle Provincie infette”). La legge venne concepita per contrastare il brigantaggio postunitario e fu emanata in deroga agli articoli 24 e 71 dello Statuto albertino, che garantivano il principio di uguaglianza di tutti i sudditi dinanzi alla legge e la garanzia del giudice naturale. Introdusse il reato di brigantaggio, i cui trasgressori sarebbero stati giudicati dai tribunali militari; essa inoltre fu la prima disposizione normativa dello stato unitario a contemplare il reato di camorrismo e a prevedere il “domicilio coatto”. Le pene comminabili andavano dalla fucilazione, ai lavori forzati a vita, ad anni di carcere, con attenuanti per chi si fosse consegnato o avesse collaborato con la giustizia. Approvata durante il Governo Minchetti e promulgata dal Re il 15 agosto dello stesso anno, la legge rimase in vigore fino al 31 dicembre 1865. Tra i capi banda efferati spicca l’abruzzese Giuseppe Caruso o “Zi Peppe”, che uccise 124 persone in circa quattro anni di latitanza e fu anche uno degli artefici del massacro dei 15 cavalleggeri di Saluzzo e di altri 21 tra Melfi e Lavello. Nel 1863, assieme a Crocco, ed altri, si presentò dal generale Fontana, dai capitani Borgognini e Corona per stipulare trattative di resa, le quali non vennero mai concretizzate. La Storia non è ideologia di destra o di sinistra, lo scriveva anche il meridionalista Tommaso Pedio in Economia e società meridionale a metà Ottocento, Capone Editori 1999: ”Le resistenze ad una revisione sistematica della nostra storiografia sono curiosamente molto forti ancora oggi, nonostante oramai si guardi al di là dei confini del proprio paese e si aspiri a diventare cittadini del mondo; spesso l’ostacolo è solo ideologico ma la storia non può essere studiata secondo le direttive del partito in cui si milita o di cui si condivide l’ideologia e il programma politico. Dobbiamo liberamente ricostruire il nostro passato anche se ciò significa porsi controcorrente con il risultato di non essere congeniali né agli storici di destra che di sinistra”.

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