ALIFE / BOJANO / PIEDIMONTE MATESE. Alife, Bojano, e Piedimonte Matese tra analogie, omologie e diversità.

Ad Alife appare meno la distanza culturale tra ricchi e poveri e tra provveduti e sprovveduti. I piedimontesi considerano, mediamente, gli alifani più cafoni, parafrasando il termine, sempre nel senso del citato commediografo napoletano.

di Prof. Giuseppe Pace (Esperto di Ecologia Umana e Socio, onorario del Club “Ragno” di Bojano).

Conosco le cittadine del Sannio Pentro: Alife, Bojano e Piedimonte Matese. Le conosco, forse bene, da circa 6 decenni, prima conoscevo solo Letino, il più elevato paesetto del Matese, dove ebbi il Natale nel 1948. Le tre cittadine suddette hanno non poco di analogie, omologie e differenze. Ciò che le accomuna è il territorio soprattutto pedemontano del sistema montuoso Matese, lungo da Nordovest a Sudest 75 km e largo, mediamente, da Nord a Sud, 20 Km. Il Matese dunque ha una superficie di oltre 1500 kmq mentre le 3 città citate hanno rispettivamente un’estensione di circa 64, 42 e 50 kmq ed hanno i seguenti residenti: 7.650, 8.100 e 11.000. Antichissima è la storia di Bojano e Alife, mentre quella di Piedimonte Matese è più recente e inizia molto dopo per derivazione d’Alife durante le scorrerie dei Saraceni e la malaria alifana. Le cime del Matese, che superano i 1000 metri di quota altimetrica sono quasi una ventina e i tre laghi sono nella conca tra le due pieghe di corrugamento appenniniche quella adriatica più alta con Miletto di 2.050 metri e quella tirrenica un po’ più bassa e più erosa dal carsismo. I 3 laghi- Matese, Lete e Sava- sono a quote intorno ai 1000, 900 e 800 metri di quota. I municipi delle tre città suddette hanno quote altimetriche municipali rispettivamente di 110, 482 e 170 metri. Tra la pianura dell’alto Biferno, dov’è ubicata gran parte di Bojano, e la pianura alifana sussistono più di 300 metri di dislivello altimetrico, che ne impedirebbe, non di poco, un rapido collegamento con una galleria lungo la direttrice Bojano Piedimonte M. Il buco da Bojano uscirebbe a Castello del Matese come qualche ingenuo tecnico da Roma e Napoli ha proposto più di un secolo fa. Invece la galleria va fatta tra Guardiaregia e Cusano Mutri-Gjoia S. (come precisato nella dettagliata tesi dello scrivente al X corso di perfezionamento, postlaurea, in Ingegneria del Territorio del 1984 all’Università di Padova, Facoltà d’Ingegneria) e riportata, succintamente, dal sito Web di Piedimonte Matese curato da Angelo Pepe, che fu compagno di scuola media superiore piedimontese negli anni Sessanta, di chi sta scrivendo. Bojano ed Alife dunque affondano le radici storiche nel mito delle Primavere Sacre dei Sanniti Pentri, alcuni secoli prima dell’espansione romana dopo tre estenuanti guerre sannitiche durate circa mezzo secolo. Dal 290 a. C. Alife e Bojano sono colonizzate dai Romani anche se con la guerra sociale ci furono rigurgiti e ribellioni dei Sanniti, domati ancora una volta, da Roma caput mundi. Alife nell’attuale configurazione urbanistica risale al VII al I sec., ma dopo il terremoto del 369 d.C. fu ricostruita sull’ex città sannita e romana. Dentro le singolari e suggestive mura Romane d’Alife, contemporanee o quasi a quelle di Altilia, si osservano 48 scacchi rettangolari e 3 quadrilateri concentrici. Tale simmetria non coincide con lo spostamento a sinistra del cardine massimo tra Porta Fiume e Porta Piedimonte, e con il decumano massimo tra Porta Roma e Porta Napoli. Secondo lo storico e studioso piedimontese filoborbonico, Dante B. Marrocco ”il mito italico di Cacco fondatore è senz’altro più antico e accettabile del mito greco di Diomede. Il primo si riferisce alla vera fondazione di Alife, all’inizio dell’epoca del ferro, sulle colline vicine del monte Cila, e forse l’altro alla costruzione in pianura con tecniche greche. Il nome è sannitico da Alipha osca è venuta l’Allifae latina”. Nei secoli IX e X Alife fu saccheggiata dai Saraceni e la popolazione si disperse nel circondario con preferenza verso Piedimonte che divenne, poi, d’Alife fino al 1970 poi scambiò il predicato Alife con Matese. Ad Alife Roma operò la centuriazione agricola per premiare i legionari (veterani di Silla ed ancora maggiore con i coloni del secondo triumvirato) in pensione con terre fertili, analogamente avvenne nella pianura di Bojano a settentrione del Matese. Ad Alife con Roma sorse un ceto artigiano ed artistico e molte cariche pubbliche amministrative municipali e dopo la colonia, l’ordo decurionum piccolo senato a vita, un patronus a Roma come a Venafro. I datori di lavoro alifani formarono corporazioni di boscaioli per il legname del Matese, opifici che commerciavano oli pregiati, enoteche con vino di qualità come lo è ancora in borgata San Michele, fu rifondata la zecca e le feste locali furono celebrate e ricordate in un Calendario Alifano, rifatto, in copia distribuita anche allo scrivente, da un artista alifano qualche decennio fa. D’Alife medievale ci sono dapprima i Longobardi, poi i Normanni ed anche con ordini religiosi e due ospedali. A Bojano Undecumanorum era stanziata la XI legione di Roma, che spesso si ammutinava chiedendo di trascorrere l‘inverno a Capua dov’era meno freddo d’inverno. Bojano era la capitale federale dei Sanniti e sono sempre meno quelli che dissentono ipotizzandola a Pietrabbondante, come sentenziò lo storico tedesco T. Momsen smentito dal canadese E. T. Salmon, La Regina, D. B. Marrocco e, tra gli altri, anche lo scrivente. Ai Campi di Marte di Bojano si radunavano fino a 40 mila uomini in armi prima di difendersi dalle legioni che Roma inviava alla conquista dei Sanniti e nota è l’umiliazione romana subita da 2 legioni alle Forche Caudine nel 321 a. C.. Il recente saggio storico “Viteliù, il nome della libertà” di Nicola Mastronardi, originario di Agnone, dà uno spaccato storico interessante del Sannio perchè fa capire anche che circa 7 mila persone seguivano il bue sacro proveniente dal territorio dei Sabini-Umbri. Tale bue, totemico, da cui il nome Bojano indicò le sorgenti del Biferno come luogo della nuova colonia di Sanniti. Dopo la battaglia- come una sorta di sfida tra Orazi e Curiazi- tra i pochi indigeni Oschi e i nuovi arrivati i Sabini, vittoriosi, si ebbe il Ver Sacrum o la Fondazione di Bojano datata intorno all’VIII sec. a. C.. Due volte ho partecipato alla rievocazione del Ver Sacrum come Sacrato o Sacerdote Sannita. La prima avevo tra le mani un agnello (con accanto al Sacerdote maximum che sacrificava un bambino, Avv. Alessio Spina) dalle cui viscere potevo fare auspici sul luogo prescelto dal fato per Bojano. La seconda volta ho ammogliato 20 vergini Sannite a 20 guerrieri Sanniti distintisi in battaglia tra cui il rampollo dei famosi Gallio ed Erennio Ponzio. Nella fotografia, lo scrivente, è in corteo da Sacerdote Pentro per le vie di Bojano 2016 con accanto una giovane Sannita da ammogliare insieme all’altra autorità Pentra, il Prefetto, forestale in pensione, che mi avrebbe convalidato le nozze. Secondo l’Arch. Bojanese De Fabritiis, Alife deriverebbe il nome dall’olivo alifano, secondo, invece, D. B. Marrocco il nome è sannitico, e non va interpretato col latino o col greco, dato che è anteriore alla latinizzazione d’Italia, nè deriva dalle colonie greche della costa. Potrebbe forse riferirsi alla tribù che per prima occupò il territorio. Dell’amministrazione d’Alife preromana non si sa molto perché il patavino Tito Livio ed altri storici, ci hanno lasciato menzionato più Bovianum Vetus che Alipha. Recente è la scoperta del Corridore del Cila-forse sul posto dell’antica Alife- di fattura bronzea greca del IV sec d. C., che a Piedimonte Matese fa bella mostra, una copia ingrandita, nella piazzetta vicino al Municipio. Alife sannitica fece coniare la moneta, il diadramma d’argento del IV sec. a. C. come ben ricorda anche la Banca S. Capasso d’Alife, mecenate di tante iniziative editoriali e scolastiche. Alife fu occupata militarmente dal console C. Papirio Cursore nel 326 a.C. e 18 anni dopo dal proconsole Q. Fabio Massimo Rulliano per attestare i legionari da utilizzare per attaccare Bojano scalando il Matese da sud e piombando dall’alto sulle truppe a difesa della capitale dei Pentri. Ad Alife il partito popolare-come dire i populisti attuali- prevalse durante l’invasione dell’esercito di Annibale e nel 202 la città fu punita da Roma come Prefectura sine suffragio, ne derivava che un funzionario Romano l’amministrava. In seguito Alife fu murata ex novo in opus reticulatum e con 4 porte, che segnano bene ancora oggi il Cardo ed il Decumano, in opus quadratum. Alife fu centro propulsore di acquedotti, terme, anfiteatro, tombe gentilizie ancora visibili ad ovest del cimitero, ecc.. Nel 1500 Alife fu colpita da malaria e si ridusse molto di popolazione, poi aumentò fino all’esodo transoceanico di fine 1800, i cui discendenti vengono ad onorare il patrono d’Alife, San Sisto, festeggiato solennemente l’11 agosto con luminari eccellenti analoghe a quelle bojanesi di San Bartolomeo il 25 agosto. Prima di scrivere di omologie ed analogie e diversità ritengo utile precisare che i primi due termini suddetti appaiono sinonimi, ma esistono differenze di significato. Esse derivano anche dai miei studi scientifici ed in particolare di Anatomia Comparata dell’Università “Federico II” di Napoli. Al principio del XIX sec. si usava la parola analogia anche nel senso di omologia; le speculazioni sull’unità d’organizzazione degli animali condussero a comparazioni e omologazioni fantastiche fra organi di animali appartenenti a tipi di organizzazione affatto diversi. Oggi il concetto di omologia si è ben precisato, ma è applicabile soltanto entro l’ambito d’un medesimo tipo zoologico. Organi omologhi possono avere funzioni simili o funzioni diverse; le quattro gambe d’un cane e quelle d’un cavallo servono a camminare sul suolo presso a poco allo stesso modo; non così l’ala dell’uccello e gli arti anteriori d’un cetaceo. «Omologia» è un termine usato in anatomia per indicare la «relazione genetica di strutture del corpo»: braccia umane e ali di pipistrello sono omologhe perché entrambe si generano dalla stessa informazione genetica. L’omologia non è quindi un’analogia, termine con cui si intende la relazione che intercorre tra strutture funzionalmente simili di corpi diversi che sono generate, però, da informazioni genetiche diverse, come le ali di pipistrello e quelle delle api. Le analogie sono degli «adattamenti funzionali» e le somiglianze analoghe sono solo «somiglianze funzionali superficiali» che, pertanto, possono essere ingannevoli mentre le omologie sono «affinità strutturali profonde» e provengono da eredità strutturali (come scrive Pievani T., 2012, Introduzione a Darwin, Roma-Bari, Laterza). Ma, allora, come districarsi nel labirinto delle somiglianze e delle differenze che ci uniscono e ci dividono? Il metodo lo ha suggerito Charles Darwin 160 anni orsono. Innanzitutto l’interpretazione evoluzionistica ci dice che gli animali sono tanto più simili tra loro quanto minore è la distanza filogenetica che li ha separati, ossia quanto più lontano nel tempo è il progenitore comune da cui sono derivati. Per questo un gatto è molto più simile a noi rispetto a una vespa e uno scimpanzè rispetto a un cane. Più vicina è la parentela, maggiori saranno i caratteri comuni ereditati: questa somiglianza prende il nome di “omologia”. Darwin peraltro ci ha detto che esistono altre somiglianze, non derivate da un’eredità comune ma frutto della selezione naturale: le “analogie”. Come sappiamo, i caratteri di una specie sono il frutto dell’azione selettiva che rende la specie sempre più adattativa rispetto all’ambiente che abita e allo stile di vita. Per questo gli animali notturni tendono ad assomigliarsi così come la maggior parte delle specie che vive ai poli assume un mantello di colore bianco. Possiamo dire che gli animali che vengono sottoposti agli stessi eventi di selezione tendono ad assumere dei tratti di somiglianza: tutti gli animali che volano sono provvisti di ali, al di là della loro storia evolutiva. Questo fa sì che animali che hanno un comportamento sociale in parte sovrapponibile, come l’uomo e il lupo, presentino dei tratti di somiglianza per analogia nella logica di squadra: questa è stata la grande risorsa che ha permesso l’origine del cane. Il lettore si chiederà che c’entra questa incursione nelle scienze naturali ed in particolare nell’Etologia, che studia il comportamento animale? Centra perché lo studio della storia, della sociologia, del folclore, ecc., che fa l’Ecologo Umano con basi naturalistiche, non è quello dello Storico oppure Etnologo o anche Sociologo soltanto. L’Umanista dà risalto a ciò che ha e non a ciò che non ha come chiunque dei saperi singoli specialistici. Ho sempre ammirato lo studioso di domini scientifici che si interessa anche di Storia e di Mito come ben fa il Naturalista, Alberto Angela. Le analogie ed omologie tra le 3 città suddette non sono poche e si possono applicare anche ad aspetti sociali degli alifani, bojanesi e piedimontesi, ma ci vuole tempo e moderazione. Potremmo dire che gli alifani sono omologhi ai bojanesi per la comune origine dai Sanniti, che si riscontra in non pochi caratteri sociali ancora oggi. Entrambi hanno un forte orgoglio d’appartenenza cittadina e si somigliano anche per la passione politica verso l’amministrazione della res pubblica municipale. Piedimonte M. ha molto meno tale carattere spiccato poiché ha un’origine più “meticcia” e dunque appare anche meno paesana. Tra alifani e bojanesi c’è pero più di qualche apparente diversità: una minore distanza culturale tra ceto cittadino ed il popolo periferico, mediamente. Al centro cittadino vi sono uffici botteghe e negozi delle arti liberali e si concentrano là gli antichi palazzi dei possidenti. In periferia vivono i contadini e gli sprovveduti (parafrasando il termine utilizzato dal commediografo napoletano autore anche di Filomena Marturano). A Bojano tale distanza culturale è maggiore e spesso chiamano del West i contadini di Castellone, frazione ad ovest della cittadina. Ad Alife appare meno la distanza culturale tra ricchi e poveri e tra provveduti e sprovveduti. I piedimontesi considerano, mediamente, gli alifani più cafoni, parafrasando il termine, sempre nel senso del citato commediografo napoletano che preferì essere sepolto lontano da Napoli che non riconosceva più come sua patria, analogamente allo storico T. Momsen che lasciò un testamento pregando i suoi familiari di non considerarlo appartenente al popolo tedesco, eppure fu d’epoca precedente all’olocausto nazista. Le altre e più sostanziali differenze tra Bojano e le altre due cittadine in esame. Esse sono riscontrabili nel circostante tessuto sociale, molisano per Bojano e campano per Alife e Piedimonte Matese. Il tessuto sociale della piccola regione Molise è più sano e con meno patologie legate alle catene truffaldine di ogni risma, con meno presenza camorristica e con più laboriosità, onestà e dinamismo diffuso nel gruppo e nel singolo individuo che si rimbocca le maniche ed ancora sente la creanza verso il prossimo. Le donne molisane poi sono laboriose dentro e fuori casa, molto più di quelle campane ed è risaputo che molti Romani sceglievano di ammogliarsi con le donne Sannite perché più severe nell’educazione familiare e della prole. Ancora attualmente il maschio campano, della specie Homo sapiens, che vuole la donna solo angelo del focolare è ancora presente e non di rado, mentre non lo è nel Molise. Bojano ha un ceto medio ricco di professionisti, mediamente, preparati e capaci di competere in tutte le professioni liberali: dai medici e veterinari agli agronomi e ingegneri ed architetti, mancano i notai ma abbonano gli avvocati, gli artigiani ed in particolare i barbieri. In tale ceto medio è prevalente l’appartenenza territoriale che spesso rasenta il territorialismo biologico: cioè non riconoscere nel gruppo bojanese chi non è nato, vissuto e “pascolato” nella bojanesità. Alife pure ha un ceto medio non povero e competitivo, ma meno di Bojano ed ancora meno di Piedimonte M., dove però l’elemento straniero, campano “classico”, è più presente e più diffuso appare il sistema non paesano e mancherebbe la piedimontesità. La montagna del Matese che univa fino agli anni Cinquanta con la transumanza verticale soprattutto, attualmente divide soltanto. Le tre cittadine in esame viaggiano su rette parallele che non si incontrano. Ciò può valere anche per altre città e cittadine al di là e al di qua del Matese. Caiazzo ad esempio ha molte analogie ed omologie con Bojano, direi anche più d’Alife? Chissà! Poca è la conoscenza recente tra ex Sanniti del Molise e del Sannio Alifano che va da Caiazzo a Letino. Gli stessi laureati molisani si distinguono in due gruppi: quelli dei ceti più abbienti studiano all’Università di Roma e altrove, mentre i molisani meno abbienti vanno a studiare a Napoli oppure Frosinone e Cassino. Nel Sannio Alifano, invece, i giovani diplomati che decidevano di continuare gli studi universitari andavano quasi tutti a Napoli prima e Caserta, Aversa e Santa Maria C.V. dopo. Anche i matrimoni tra i due territori degli ex Sanniti sono minoritari. Di Piedimonte M. sono ammogliati a Bojano solo due uomini: lo scrivente e il suo compagno di classe piedimontese Geppino Paoloantonio. Prima vi era Angeloantonio Malatesta di Bojano con una piedimontese, Simonelli, ed ebbero tre figli di cui uno è il noto piedimontese illustre, filosofo cattolico e prof. universitario a Napoli, Michele Malatesta, di recente morto a Roma con omaggi pubblici dell’ex vescovo d’Alife-Caiazzo ed un ex Sindaco piedimontese. Bojano, ha una diocesi antica come quella alifana e attualmente ha un dinamico arcivescovo che dirige la comune diocesi Campobasso-Bojano. Egli è d’origine trentina e vede il Matese in analogia con le “sue” montagne del Sud Tirolo. E’ anche ministro vaticano della pastorale del lavoro. Alza la voce, anche sui media locali e nazionali, verso i problemi non risolti della disoccupazione molisana e bojanese come qualunque pastore diocesano dovrebbe fare, ma spesso più di qualcuno, nel Mezzogiorno, preferisce andare a braccetto con i politici in auge in modo gattopardesco e tradisce il mandato pietrino di aiuto ai bisognosi. Alcuni o tutti i miei articoli dedicati al Matese e pedemontano, nativo e di prima formazione, vengono letti e commentatimi digitalmente solo da alcuni e tra questi un matematico bojanese che vive a Salerno ed un medico piedimontese d’importazione da un paese a destra del Volturno. Soprattutto il primo pare che approvi il mio punto di vista anche sociale della”sua” Bojano in particolare. Mi fa piacere perché il matematico Galileo Galilei, padre del metodo scientifico moderno, sosteneva che la Natura si può leggere con il linguaggio della Matematica. Ciò per me significa anche rilevare che il linguaggio del Filosofo, dello Storico, del Sociologo, dell’Etnologo, del Letterato e di altri saperi umanistici è meno adatto per leggere la Natura, della quale l’Uomo fa parte? Secondo la maggioranza si, ma comunque egli legge e svela i suoi segreti solo con il linguaggio razionale allenato che possiede maggiormente la Matematica. Esempi li troviamo a iosa nelle scoperte rivoluzionarie dell’Elettronica, dell’Astrofisica, della Meccanica, della Cibernetica, dell’Astronautica, ecc.. Ecco allora che lo Storico oppure il Sociologo ed il Letterato potrebbero essere più parziali nel dare le loro ricette interpretative del sociale rispetto ai saperi scientifici più impastati dell’uso razionale delle potenzialità sia del neoencefalo, memoria di superficie dell’Homo sapiens, che del paleoencefalo, memoria profonda del cervello, che è poco nota perché ricorda cose del paleolitico inferiore ed oltre e dunque è più ricca di mito e fantasia, da razionalizzare. Vedere, con rispetto del prossimo e dei valori più umani, l’altro uomo e donna inquadrati nella specie unica d’appartenenza l’Homo sapiens, nota da almeno 36 mila anni con società stanziali solo dal neolitico, 12 mila anni fa, permette meglio di guardare, misurare il misurabile e dedurre di conseguenza. Ciò può farlo più facilmente il provveduto di saperi matematici ed affini.

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