ALIFE / LETINO / SAN GREGORIO MATESE. Nel Sannio Alifano, per la delizia del palato dei turisti, si danno in pasto lumache e ortica.

Ad Alife tra i vegetali culinari è ben nota la Cipolla, ma anche altri ortaggi come pomodori, peperoni, melenzane, mentre a San Gregorio le patate.

di Giuseppe Pace (Naturalista).

A oltre 1000 metri di quota, Letino (Caserta dal 1945, prima, dal 1927,apparteneva a Campobasso), mia nonna materna, Orsi Maria G., in località fosso Canale e fosso San Pietro, affluenti di destra del Sava, faceva cuocere l’ortica e poi la dava in pasto ai maiali. Ricordo che l’ortica là, abbondava vicino all’orto concimato e in prossimità di piante di sambuco. All’età della magica infanzia ricordo anche che mia nonna nel dare una fetta di pane, a noi nipoti piccoli, diceva:”la volete lucente oppure sottile” Era una filosofa montanara lungimirante nel risparmiare tutto, anche il pane! A Deva, in Romania, invece, al liceo straniero “Transilvania” dove insegnavo, Lucian Popescu, raccoglieva le parti superiori dell’ortica e le cuoceva insieme al riso per preparare un succulento risotto. Nel Molise, ma anche nel Sannio Alifano, l’ortica non è ben vista né valorizzata, ma qualcosa comincia a cambiare per renderla utile sia a tavola che per la cura del corpo. Ad Alife tra i vegetali culinari è ben nota la Cipolla, ma anche altri ortaggi come pomodori, peperoni, melenzane, mentre a San Gregorio le patate. Purtroppo i prodotti dell’agricoltura non riescono più a far crescere il reddito dei residenti matesini né bastano per vivere come un tempo che le spese erano molto inferiori: senza automobile, senza telefono, senza televisore, senza comprare il pane e la pasta nonché il formaggio e così via. Eppure il Parco Naturale del Matese, reso regionale campano fin dal 1993, esteso al Molise recentemente come parco nazionale, ancora non è foriero della promozione adeguata alla biodiversità, e all’aumento del reddito dei residenti oltre al “carrozzone burocratico” che caratterizza molti parchi naturali nostrani. Si spera che l’influenza dei Sanniti molisani dia nuovo slancio culturale anche facendo tesoro di studiosi del passato come il Naturalista molisano Fabio Colonna (Autore di Phytobasanos), che fece ospitare dal fratello, barone Giovanni Colonna di Campochiaro, il Naturalista francese Tournefort, che scoprì Veronica campiclarensis, una Scrufolariacea. L’ortica è ampiamente diffusa in Europa, la maggior parte dell’Asia, Nord Africa e Nord America. In Italia si trova in tutte le regioni fino a 1.800 m di quota, ragion percui a Capracotta, paese più alto del Molise, l’ortica è di casa. Essa si trova usualmente nei campi e nei terreni incolti, prediligendo luoghi umidi e ricchi di azoto, meglio se ombrosi, come le radure dei boschi, i bordi dei corsi d’acqua (specialmente quelli inquinati), attorno alle rovine di abitazioni. L‘ortica (Urtica dioica) è una pianta cosmopolita della famiglia delle Urticaceae e raggruppa piante erbacee annuali o perenni, che nascono spontanee ovunque fino a circa 2500 m di altitudine, soprattutto vicino alle case dove ci sono detriti di sostanze organiche, vale a dire terreni molto azotati. Le Urticaceae appartengono alla famiglia delle angiosperme (piante con fiori) e all’ordine delle Urticales. Circa 50 sono i generi e 1300 le specie. Essa è diffuse in tutto il mondo, specialmente nelle regioni tropicali umide, a eccezione delle regioni a clima artico. La famiglia prende nome dall’ortica (genere Urtica). È rappresentata in Italia dai generi Boehmeria, Soleirolia, Parietaria e Urtica in Italia dai generi. L’Urtica dioica è una pianta con i fiori femminili e quelli maschili portati da piante distinte. I fiori femminili sono raccolti in lunghe spighe pendenti, mentre i fiori maschili sono riuniti in spighe erette. Entrambi hanno 4 tepali che racchiudono i 4 stami (nei fiori maschili) o l’ovario (nei fiori femminili). Dai fiori femminili si sviluppa un achenio ovale, con un ciuffo di peli all’apice, lungo fino a 1,3 mm e largo fino a 0,9mm, che contiene i semi. Ha un fusto eretto, poco ramificato, densamente peloso, striato e, in alto, scanalato a sezione quadrangolare di un diametro tra i 3 e i 5 millimetri. La pianta si diffonde anche grazie al rizoma strisciante, cavo e molto ramificato, da cui nascono nuove piante. Le foglie, invece, sono grandi, ovate e opposte, lanceolate, seghettate e acuminate, verde scure nel lato superiore, più chiare e pelose nel lato inferiore. La lamina è lunga fino a due volte il picciolo. Frequente anche in gruppi estesi lungo i cigli delle strade, tra le macerie, ma anche nelle radure boscose. Possiede peli che, quando si rompono, rilasciano un fluido che causa bruciore e prurito. La pianta è nota per le sue proprietà medicinali, per la preparazione di pietanze e, nel passato, per il suo esteso uso nel campo tessile. Ricca di acido folico e ferro, è utilizzata in caso di anemia, artrite, cistite e diarrea. è pianta erbacea perenne, con fusto eretto (1,5 m) a sezione quadrangolare. La radice è rizomatosa, strisciante, provvista di numerose radichette. Le foglie sono ovali-cuoriformi, opposte, provviste di picciolo con i margini dentati e ricoperte da numerosi peli urticanti. I fiori sono piccoli e poco appariscenti, di colore verdastro, riuniti in lunghe spighette che compaiono da giugno a ottobre. Come dice il nome della specie, l’ortica, è una pianta dioica con individui che portano solo fiori femminili e altri che portano solo fiori maschili. Si riconoscono facilmente, in quanto, nelle “piante femminili” i fiori sono riuniti in spighe pendule mentre nelle “piante maschili” i fiori sono riuniti in spighe erette. Tutta la pianta è ricoperta da una fitta peluria urticante. Invece di essere un’erba cattiva, come spesso si pensa, per il suo carattere “pungente”, l’ortica è una pianta utile che può aiutare l’uomo a curarsi e a nutrirsi in modo naturale. L’ortica contiene anzitutto i flavonoidi, sostanze in grado di proteggere i capillari e i vasi sanguigni; l’ortica ha poi una forte base di minerali: calcio, potassio, fosforo, ferro, cloruro, silicio, sodio, manganese, nichel, titanio, rame, magnesio, tra gli altri. Il ferro la vede, per esempio, protagonista nelle diete vegetariane. Fra le vitamine che si trovano nell’ortica troviamo: B1, B2, B6, C, D, K, acido folico e acido pantotenico. Nell’ortica sono presenti anche elevate quantità di proteine. La funzionalità dell’ortica è notevole, in quanto la sua assunzione contribuisce ad eliminare gli acidi e le scorie dall’organismo: una tisana all’ortica contribuisce dunque a ridurre il peso corporeo e a purificare l’organismo. L’ortica è inoltre un ottimo antidiabetico, un astringente, un antireumatico e diuretico naturale. Non va dimenticato che l’ortica previene la formazione della renella, agisce contro i malesseri provocati dai reumatismi ed è “galattogena”, ovvero aumenta la montata lattea durante la gravidanza. A Capracotta è interessante vedere, scrive La Nuova Gazzetta Molisana “la bellezza del Giardino di Flora appenninica e piante officinali (idea lungimirante del compianto presidente dell’Ept del Molise degli anni 50/60, Franco Ciampitti); da conoscere, le virtù terapeutiche e benefiche dell’ortica. Le due cose stanno assieme e assieme danno un saggio delle scelte e delle idee ben fatte. Questione di tempi e di uomini. L’idea del Giardino solo da qualche decennio ha trovato una giusta collocazione assemblata nelle attività di ricerca dell’università del Molise, e nel novero delle sperimentazioni e della valorizzazione della biodiversità costituisce un punto di merito per chi ha saputo rimettere in attività l’originaria (ma per decenni dimenticata) iniziativa di Ciampitti, e di interesse scientifico, soprattutto nell’Appennino Centromeridionale”. In molte parti del mondo esistono appassionati di flora e non pochi sono le associazioni e le Accademie officinali come quella Veneta con sede a Padova. All’Università di Napoli, in via Foria, c’era e suppongo ci sia ancora l’Orto Botanico, dove feci gli esami di Botanica e di Ecologia a fine anni Sessanta. A Padova c’è l’Orto Botanico universitario più antico del mondo, ricco di biodiversità vegetale. Ma il Giardino di flora appenninica e piante officinali…dà il là alla primavera capracottese. “Da piazza Falconi, sede della Pro-Loco, raduno e camminata con riconoscimento e raccolta dell’ortica. Verso mezzogiorno l’arrivo al Giardino per un laboratorio alimentare e, a seguire, il pranzo rigorosamente a base di ortica. Nel pomeriggio la tavola rotonda metterà a fuoco i benefici dell’ortica, proponendo anche alcune idee per lo sviluppo delle aree interne imperniate fortemente sulle risorse naturali. Le sue proprietà si conoscevano già nell’antichità”. Un atico detto di Letino, ricordatomi spesso da mio fratello Antoni, emigrato in Germania, afferma ” a rutinu l ciammaruc cianna nasc”(A Letino le lumache devono nascerci). Significa che se uno non vi è nato non si adatta a vivere là. Sarà vero? Non credo. Perché si potrebbe, di rimando, dire che “I parenti e i paesani te li dà Iddio, gli amici li scelgo Io”. Questo mi sembra più verosimile. A Letino un mio conoscente, indigeno ma vivente ad Isernia e figlio di nipote di mia nonna materna, alla mia domanda: ”ma ti sei addattato bene qua”. Rispose ”mi sono adeguato, non adattato”. Su questo argomento ho già detto la mia, che ripeto: l’imprinting riguarda tutti gli animali, ma con l’età adulta esso è solo un indelebile ricordo dell’età incantata infantile e massimo prima adolscenza, poi dovrebbero essere abbandonate le cure parentali e con esse l’habitat ristretto. Almeno dovrebbe essere perché l’Homo sapiens ha un habitat più o meno non ristretto (gli ofidi lo hanno molto ristretto), ma un areale almeno planetario. Paolo Nespoli dice:”in America mi sento italiano, fuori dalla Terra mi sento terrestre”. L’Attaccamento eccessivo alla ”terra o paese nativo, piccolo o grande che sia”è indice di non evoluzione culturale in prevalenza. Ma, nel passato storico, l’uomo è stato anche costretto o quasi a vivere nell’habitat ristretto. A Letino, fino a quasi la metà del secolo scorso non si celebravano matrimoni con i vicini gallesi, né con altri tranne alcuni legati alla Transumanza come Carolina Orsi con un bojanese, come riportato nel saggio “Letino tra mito, storia e ricordi”, 2009 e presentato a Letino in agosto del medesimo anno. Ma parliamo di lumache che è più facile rispetto al continente “semieplorato” dell’uomo! A Letino da qualche decennio, d’estate, all’agriturismo “Colle Margherita”, vicino alle Fossate, si svolge la tradizionale sagra delle lumache del Matese. Mio cugino materno, Giuseppe Pitocco e la moglie Vittoria, ottima cuoca, sono gli artefici dell’originale sagra dei molluschi gasteropodi, che attira turisti e curiosi dei due versanti del Matese. Giungono numerosi i buongustai dell’Alto Casertano, da Bojano a Venafro, da Caserta ad Alife, da Piedimonte Matese a San Gregorio M., da Capua a Gioia Sannitica e da Prata S. e Pratella a Gallo M.. A Letino le lumache si sono da sempre mangiate dopo un rigoroso espurgo sotto alla “coscna”(contenitore di legno della farina ed altre derrate alimentari) con sopra una pesante pietra. Ricordo anch’io le molte lumache lungo il fiume Lete e dei suoi numerosi affluenti (Rave Matese, Rave la Noce, Capo Lete, Fontana Pidocchi, Vattute-Preta Spaccata, Fontana Calda, ecc.), nel territorio di Letino, ma anche del Canale e San Pietro, rigagnoli affluenti di destra del vicino fiume Sava nell’altissima valle che appartiene a teritorio letinese e non gallese come molti erroneamente, non locali, credono. Perfino un prof. di scienze naturali del pedemontano capria tese e pratese, riteneva il territorio della valle dell’alto Sava solo di Gallo Matese. A Bojano, invece, tutti scambiano Gallo M. con Letino ad iniziare dalla nota fotografa A. Trombetta, ma la ragione è che la Diocesi d’Isernia comprende anche Gallo M., mentre Letino appartiene dal V sec. d.C. alla Diocesi d’Alife e poi un Bojanese si ammogliò con una gallese, mentre i letinesi prendevano mogli a Roccamandolfi. Forse l’origine bulgara di bojanesi e gallesi li accomuna meglio? A Letino l’origine appare più greca e di più lunga radice temporale? Non molto poiché l’espansionismo ottomano costringeva a cercare nuove terre disabitate anche sul Matese. Ma torniano, per un po’ alle lumache matesine e letinesi, dunque la lumaca è sempre stata utilizzata per gustose e varie ricette gastronomiche. Con mio fratello Antonio, anni fa, abbiamo mangiato un gustosissimo piatto di lumache, alla vigilia dell’annuale sagra omonima. La padrona di Colle Margherita,Vittoria Fortini, ha voluto farcele assaggiare per saperne il parere culinario prima di prepararle per il giorno dopo. Alle lumache ha associato un prelibato piatto di tagliatelle fatte in casa e per secondo un arrosto di agnello del Matese con genuino vino rosso. Dal “Colle Margherita” dell’alta valle del Lete si vedono vicinissime alcune delle oltre 20 vette matesine che superano i mille metri di quota e la vicina cima del Miletto di 2.050 m., il cui nome deriva da Mons Militum (dove si ritirararono i soldati Sanniti dopo le battaglie con i Romani) e dove fu ricordato l’indigeno di San Gregorio Matese, Beniamino Caso, Vicepresidente nazionale del CAI, con Quintino Sella, altro montanaro, piemontese però. Il CAI (Club Alpino Italiano) nasce a Torino nel 1863 per volere di Quintino Sella, allora ministro delle Finanze, affiancato dall’Onorevole, Beniamino Caso, allora deputato al Parlamento a Torino. Quest’ultimo, volle l’istituzione della sezione C.A.I. a Napoli e la “Legione del Matese”, che combattè a favore dei Garibaldini contro i Borboni. A Beniamino Caso ho dedicato articoli e ricordato le sue origini sia materne di Baranello (CB) che paterne di San Gregorio Matese. B. Caso fu un patriota, liberale e botanico di rilievo. Nel mio recente libro “Piedimonte M. e Letino tra Campania e Sannio”, Energie Culturali Contemporanee, Padova 2011 lo pongo in evidenza come illustre del Sannio Alifano. Il territorio del Sannio Alifano da Caiazzo a Letino, ha molto in comune con il Molise centrale, e ho prospettato, più volte, un ampliamento della piccola Regione Molise in Sannio, con CB-BN capoluogo. Ricordo, per il lettore, il baratto tra letinesi e roccolani e tra patate letinesi e pere roccolane, come ricordava bene mia madre letinese e il roccolano ex Ispettore scolastico Benedetto d’Angelo, vivente a Bojano (CB). Non sarebbe da escludere, in merito, una sagra letinese e roccolana in ottobre. Tale sagra è un piccolo pezzo di Storia locale tra due paesetti distanti meno di 9 ore a piedi per gli altissimi monti matesini. Per ricordare e riscoprire il Matese certamente non è solo B. Caso che conta ma anche le sagre e le feste varie che rivalutano prodotti tipici locali come le lumache di Letino. Bisogna consigliare a Giuseppe Pitocco e Vittoria Fortini, la consorte, che anche alcune piante locali matesine potrebbero essere cucinate e innalzate agli onori di sagra annuale. L’ortica è una di esse. La riscoperta delle piante officinali può partire da Campochiaro (CB), dove il Naturalista francese Tournefort (nel XVII sec.) evidenziò e scoprì la specie autoctona “Veronica campiclarensis”, che è una Scrophulariacea. La presenza del Tournefort a Campochiaro non fu casuale, ma dovuta alla lettura di un’opera, stampata a Roma nel 1610, di un altro celebre Naturalista, Fabio Colonna, il quale, essendo ospite del fratello Giovanni, barone di Campochiaro, qui dimorò per molto tempo ampliando la rocca ed errando per il Matese in cerca di nuove specie vegetali. Al Naturalista Fabio Colonna (1567-1650, autore del Phytobasanos, opera in cui per la prima volta la tecnica dell’incisione su rame viene usata per la raffigurazione delle piante) il botanico napoletano del 1800 Michele Tenore dedicò la Genzianella napoletana della specie “Gentianella columnae”. Pure le sezioni del Cai di Caserta e Piedimonte Matese sono attive per riscoprire il Matese nei suoi innumerevoli aspetti ambientali: “Le emergenze naturalistiche del comprensorio di monte Miletto” si possono leggere sull’Annuario 1997, dell’Associazione Storica del Medio Volturno, e da me evidenziate. A Letino già sono state messe al vaglio di esperti e svolti anche simposi sulla biodiversità di patate, che ho mangiato due anni fa ad un ristorante centrale di Piedimonte vicino all’ex Teatro Mascagni. Anche la segale letinese è da riproporre come indicato anche allo studioso Naturalista N. Lombardi di Gioia S.. Nel nostrano meridione non manca la volontà e gli sforzi di colmare il noto divario Sud-Nord tanto caro agli scrittori meridionalisti che si distinguono in piagnoni e non, a Campobasso ha insegnato, C. Maranelli, un Meridionalista “non piagnone”, che indico spesso nei miei scritti con “Considerazioni geografiche sulla questione meridionale”, Bari 1949. Il Matese molisano, adesso che è divenuto anche parco naturale, ha avuto molti studiosi sia naturalistici che umanisti come: B. Caso di San Gregorio Matese, M. P. Pettograsso di Sant’Elena Sannita e vivente a Bojano, A. Di Iorio di Pietrabbondante, G. A. Del Pinto vivente a Bojano, V. Maturo e E. Civitillo di Cusano Mutri, L. Boggia di Piedimonte Matese, O. G. Costa dell’Univ. di Napoli, E. Di Iorio, monaco a Campobasso, N. Pilla di Venafro, E. Spensieri di Vinchiaturo, G. Volpe, morto a Sepino. Quest’ultimo, prof. di Storia naturale al Liceo Sannitico di Campobasso, fu tra i primi studiosi delle origini-ritenute erroneamente vulcaniche- del Matese con “Memoria sull’origine del Matese”, 1864. Il venafrano Nicola Pilla (Medico-Geologo, amico dei Borboni, che accompagnava a cacciare i cinghiali a Torcino ed era il papà di Leopoldo, che morì per il Risorgimento italiano) aveva, un secolo prima di G. Volpe nativo di Vinchiaturo (CB), descritto le rocce della cima di Miletto di tre fatture diverse. A Nicola Pilla è dedicato l’Istituto Tecnico Commerciale di Campobasso e una cima del Matese che molti chiamano anche monte Janara. Da Alife come da tutto il Sannio Alifano fino agli anni Cinquanta si emigrava molto oltreoceano, adesso dal Matese, come dal Mezzogiorno appenninico, i giovani continuano a migrare verso il settentrione nostrano e oltre le Alpi, nonostante l’istituzione delle “Comodità montane” o Comunità montane, Parchi naturali, Consorzi di bonifica, ecc. che dovrebbero invertire l’esodo e far aumentare il reddito dei residenti, soprattutto se in zone montane come i territori dei letinesi e dei gallesi, che non hanno neanche l’autoambulanza per ridurre i tempi del pronto soccorso ospedaliero.

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