ALIFE / PIEDIMONTE MATESE / LETINO. Dal centralismo al regionalismo del Veneto e Campania: dopo Alife il bilancio comunale passivo si espande a Piedimonte Matese.

“… nel Veneto, la D C aveva consensi elettorali superiori al 50% come nel territorio alifano, solo che qua non ci fu l’abbraccio con chi spendeva più di quanto guadagnava, tipico della cultura di sinistra, e laggiù si”.

di Giuseppe Pace (Delegato regionale del Partito Pensionati per il decentramento della scuola).

La Costituzione nostrana assegna allo Stato, e ai suoi Enti Locali, funzioni ben precise. La ultradecennale esperienza regionale non ha prodotto significativi miglioramenti nella gestione della res pubblica decentrata da Roma alle 20 sedi regionali. Eppure delle regioni, magari ridotte alla metà, non possiamo più farne a meno. Paesi più avanzati del nostro hanno da tempo attuato il decentramento che solo poche regioni italiani stanno chiedendo con forza a Roma centralista. La Germania da tempo ha un’autonomia regionale da noi ancora impensabile e senza presunti traumi che la cultura statalista paventa da noi. Nella cronaca del 7 c.m., di questo media, con testa nell’alifano territorio, si citava l’onorevole Dante Cappello il cui monumento spicca davanti il municipio della piccola ma storica città d’Alife. Ad Alife, però, prima dell’On dentista, Dante Cappello, c’era anche il Sottoprefetto Pietro Farina, che, a me pare, fu meno avido di potere “democratico” e criticava la gestione da nepotismo dei municipi del territorio alifano, dove resiedeva con molti figli. Egli non era corrotto né corruttibile ed il ruolo di Sottoprefetto lo esercitò con esemplare trasparenza ed onestà. Pietro Farina, per esercitare quel ruolo, non ha dovuto elemosinare i voti dell’ 0n. alifano Dante Cappello, ad iniziare dai voti di scambio avuti a Letino (CE) dove, allora, dominava un altro suo collega medico, Pitocco, che però era monarchico laurino inizialmente, anni Cinquanta. Pitocco ci faceva cantare: ”con la pelle dei democratici ci facciamo le tamburelle e noi monarchici belli vogliamo la libertà”! Poi alle elezioni comunali letinesi del 1965 vinsero i socialisti e i cappelliani, di destra del territorio alifano, dovettero subire la minoranza socialista della Campania dove imperavano i D. C. che poi si allearono con il verbo marxista guidato dai sindaci comunisti napoletani e dintorni. Certo che non molto è cambiato da allora del clima politico campano se si considera che il tallone d’Achille di allora dell’Alto Csertano, resta invariato, per l’esiguo numero di elettori rispetto al resto provinciale, densamente popolato. Invece un’appartenenza dell’Alto Casertano alla Regione Sannio e non Campania, avrebbe portato e ancora porterebbe Alife e Piedimonte Matese a pesare molto di più in quella piccola regione, a cui ci rifacciamo per la storia ed il più comune sentire, che non in questa dove siamo povera periferia della periferia e dunque contiamo pochissimo nelle decisioni politiche di programmazione di tutto che si fanno a Napoli pigliatutto. Nel mio saggio “Piedimonte M. e Letino tra Campania e Sannio”, Energie Culturali Contemporanee Editrici, Padova 2011, ponevo in risalto l’utilità che l’intero territorio del Sannio beneventano nonché quello del Sannio casertano si sommasse al Molise per fare la nuova Regione Sannio e non Molisannio. Ciò lo aveva capito, del Sannio Alifano, prima di me, non solo l’Avv. Giovanni Fappiano che diresse anche la Comunità Montana del Matese in collaborazione con i politici dell’On Dante Cappello. Pare però che i Cappello gli ordinarono di soprassedere e di non parlarne più: il centro di potere casertano, aversano, ecc. male tollerava una fuga dei suoi sudditi verso altri feudi elettorali? A portare avanti quella aspirazione restarono in pochi allora come ora? Io porto avanti quella bandiera Sannita pur vivendo a 700 km lontani, in una Regione, il Veneto, dove i passivi di bilancio comunale non esistono affatto. Eppure negli anni Cinquanta e Sessanta anche qua, nel Veneto, la D C aveva consensi elettorali superiori al 50% come nel territorio alifano, solo che qua non ci fu l’abbraccio con chi spendeva più di quanto guadagnava, tipico della cultura di sinistra, e laggiù si. Se nel Veneto, unico caso regionale italiano, fatto salvo il Trentino AA, non c’è un Comune che chiude in rosso il proprio bilancio, in Campania cominciano a fare eccezione quelli onesti. Alife ha iniziato con il passivo di bilancio reso pubblico, ma perpetrato in precedenza così come ha fatto, di recente Piedimonte Matese, su passivi “cappelliani” precedenti, tenuti nascosti. Dopo Alife hanno ratificato i bilancio in profondo rosso Marcianise, Piedimonte Matese, Bojano, ecc.. Sembra essere una moda culturale frutto di un’astuzia sibillina del tipo se ratifichiamo il bilancio passivo poi ci guadagnamo, se non ratifichiamo ci perdiamo. Ma lo Stato Repubblicano del 2019 d.C. controlla il controllore? Un bilancio chiuso in passivo non deve essere motivo di vanto della gestione della res pubblica. Né lo Stato può continuare a non dare Autonomia regionale richiesta a gran voce dalle regioni settentrionali in primis il Veneto, sia pure ai piedi dell’art.117 della Costituzione. Ma le 23 materie di decentramento regionale sono sacrosante se richieste da comuni che chiudono in positivo i loro bilanci. Basta con la prosopopea di una presunta superiorità culturale meridionale di parte della piccola e media borghesia parassitaria filoborbonica. Le materie trasferibili alle Regioni sono 23: 3 di competenza esclusiva dello Stato (giustizia di pace, istruzione e tutela dell’ambiente e dei beni culturali) e 20 concorrenti (tra cui spiccano il coordinamento della finanza pubblica e tributario). La scuola sicuramente è un settore sociale che il Partito dei Pensionati non trascura affatto. Al pensionato interessa sapere se i nipoti e gli altri giovani frequentano una scuola sana, efficiente e portatrice di valori positivi per la crescita non sfiduciata dei giovani. In un territorio economico e sociale come quello del Veneto anche la Scuola deve esserne un’espressione. La Giustizia, la Scuola, ecc. sono servizi erogati al cittadino in modo rapido, trasparente ed efficiente. Se tali servizi sono lenti, opachi e tradizionali il cittadino del 2019 d.C. non concorda né con lo Stato né con il suo Ente Locale, Regione: sia essa del Sud, del Centro e del Nord. L’Italia ha bisogno di modernità e non di marciare indietro: quando si stava peggio!La Provincia di Padova ha una popolazione residente come quella di Caserta e con lo stesso numero di comuni. Il Veneto è un po’ meno popolato della Campania, ma negli anni del boom economico trasformò la sua economia da contadina a postindustriale come l’Olanda con un capitalismo familizzato, senza precedenti storici. Adesso ha una crisi economica ben diversa dalla Campania. La Regione Veneto, a febbraio c. a., negozierà con il Governo Giallo-Verde, l’autonomia regionale comprensiva della scuola, mentre la Campania sembra che continui la moda dei bilanci comunali in rosso aspettando che Pulcinella paghi. E’ giunto il tempo di ripensare una Scuola in Campania nonché in Veneto non più centralista né solo privatista. La riforma dei Licei in Italia, voluta da Gelmini, ha eliminato 396 indirizzi sperimentali, 51 progetti assistiti dal Miur e le troppe sperimentazioni attivate nel corso degli ultimi anni. Dal punto di vista organizzativo, questa semplificazione ci avvicina alla situazione nel resto d’Europa. Basta pensare che in Inghilterra la stragrande maggioranza della popolazione studentesca frequenta la Comprehensive School, e l’istruzione superiore si basa su un sistema tripartito: ci sono le Grammar School (i nostri licei), le Technical School (gli istituti tecnici) e le Modern School (gli isitituti professionali). Là i docenti vengono assunti dai comitati dei genitori locali e pagati 32 mila e non 23 mila euro l’anno. All’inizio del 2014 si parlò di costo standard che avrebbe fatto risparmiare allo Stato ben 17 miliardi di euro (per la precisione 16.821.010.683,74 euro), facendo scendere il bilancio del Miur da 55.169.000.000 di euro a 38.347.989.316,26 euro (dati relativi al 2009). Ma le cassandre stataliste gridarono allo scandalo e gli statalisti non vogliono ammettere il sano paragone tra servizio sanitario e scolastico ed invocano il santo cattocomunista dell’art 33 comma 3. Solo 70 anni fa l’Italia era molto diversa da oggi e l’art.33 comma 3 aveva un diverso senso e spessore. Adesso la scuola di massa è terminata e bisogna ripristinarne l’ascensore sociale bloccato dal buonismo, dalla burocrazia e dall’impiegatizzazione anonima del personale scolastico.

Stampa
comment Nessun commento

Sii il primo a lasciare un commento alla notizia

mode_editLascia un commento

menu
menu