La Cina è sempre più vicina con la nuova via della seta, che causa divisioni nel Governo, fastidi agli Usa e allarma l’Ue.

Anche il Sannio Alifano, indirettamente, è coinvolto nella nuova via della seta poiché prodotti cinesi si vendono da tempo ad Alife, Piedimonte Matese e negli altri oltre 50 comuni limitrofi.

di Giuseppe Pace (autore con il figlio Luigi di “Ecologia Umana della Cina e i cinesi in Italia”)

Parlare di Cina per noi italiani, ma anche per molti altri, significa ricordare pure il veneziano Marco Polo, che ci introdusse tutti nel mondo misterioso cinese. Nel mio saggio, edito online da leolibri.it, scrivo di una Cina in rapida crescita economica, ma anche di una società cinese povera con una nuova classe di ricchi occidentalizzati. Inoltre preciso che in Italia i cinesi non sono molti rispetto ad altre comunità d’immigrati come i romeni, che sono più del doppio. Sulla nuova via della seta mi è quasi d’obbligo dire qualcosa anche perché la campagna mediatica anticinese detiene al suo interno il grande rischio di non far comprendere ai governi occidentali e all’opinione pubblica le vere intenzioni di Pechino. D’altronde per chi non conosce la Storia è facile confondersi e confondere gli altri. Da prima di Roma caput mundi uno Stato più grande, ricco e con un grande esercito, ha esercitato il potere d’espansione e d’influenza su altri stati più piccoli, poveri ecc.. Non c’è dunque da meravigliarsi se lo fa anche la Cina e non solo gli Usa, la Russia, non ancora l’India pare. Anche il Sannio Alifano, indirettamente, è coinvolto nella nuova via della seta poiché prodotti cinesi si vendono da tempo ad Alife, Piedimonte Matese e negli altri oltre 50 comuni limitrofi. Sul memorandum d’intesa tra Italia e Cina si sarebbe creata “una tempesta in un bicchier d’acqua” secondo il ministro dell’Economia Giovanni Tria. Ma è davvero così? Tutto nasce da un’intesa che il governo italiano dovrebbe firmare in occasione della visita a Roma di Xi Jinping, segretario generale del Partito Comunista Cinese e presidente della Repubblica Popolare Cinese. Come spiega giustamente il ministro Tria nel , si ribadiscono alcuni principi di collaborazione e di cooperazione economico-commerciale.”Ovviamente , prosegue Tria , nessuna regola commerciale ed economica viene cambiata, e non sarebbe neppure nelle possibilità italiane, visto che il commercio internazionale è una competenza europea. Detto questo, forse questo bisogna tenere conto di alcune preoccupazioni”. Sulla via della seta moderna cosa c’è da sapere? Per tentare di fare chiarezza bisogna fare un passo indietro. Negli ultimi giorni si è tornati a parlare della Belt and Road Initiative (Bri) o comunemente rinominata “la Nuova via della seta” è un’iniziativa strategica della Repubblica Popolare Cinse lanciata nel 2013 per il miglioramento dei collegamenti commerciali euroasiatici attraverso direttrici terrestri e marittime. Ma come funziona l’iniziativa cinese? In pratica Pechino cofinanzia infrastrutture utili alla Cina tramite una banca d’investimento, la AIIB di cui è partner fondatore anche l’Italia, e un fondo ad hoc, il Silk Road Fund. Ovviamente non si tratta di prestiti “a babbo morto”: se gli stati non rimborsano le quote le infrastrutture diventano di proprietà degli investitori, in modo non dissimile da quello che sta succedendo in Grecia. L’Italia è direttamente coinvolta nella Bri come approdo nel Mediterraneo del merci in transito verso il Nord Europa. Il Presidente del Consiglio dei Ministri, Gentiloni, durante il Summit di Pechino nel 2017 mise sul piatto i porti di Venezia, Trieste e Genova. Tuttavia quella che appare una iniziativa di largo respiro ha suscitato molti dubbi, soprattutto derivati dall’attivismo cinese, e nell’aprile del 2018 27 su 28 ambasciatori dell’Unione europea in Cina hanno firmato un rapporto che critica i metodi della Bri cinese. Nel documento adottato dal parlamento europeo in una votazione che ha visto il voto favorevole dei rappresentanti dei 5 stelle, e l’astensione della Lega, l’iniziativa cinese viene etichettata come “la più ambiziosa iniziativa di politica estera che il paese abbia mai adottato, comprendente dimensioni geopolitiche e legate alla sicurezza e quindi al di là del campo di applicazione della politica economica e commerciale”. Lo stesso documento europeo ammonisce rispetto ad alcune anomalie: alcuni progetti infrastrutturali relativi alla BRI hanno già collocato i paesi terzi in uno stato di sovraindebitamento; i progetti di infrastrutture cinesi potrebbero creare ingenti debiti per i governi europei verso le banche statali cinesi che offrono prestiti a condizioni non trasparenti; creano pochi posti di lavoro in Europa, considerando anche che finora la parte del leone di tutti i contratti relativi alla BRI sono stati assegnati a società cinesi visto che i progetti relativi alla BRI non devono essere aggiudicati in una gara non trasparente; gli investimenti fanno parte di una strategia globale per far assumere alle imprese cinesi controllate dallo stato o finanziate dallo stato il controllo del settore bancario e dell’energia, nonché di altre catene di approvvigionamento. Per capire quanto e come vengano usati gli investimenti della Bri basta analizzare quanto è stato realizzato in questi 5 anni visti anche gli oltre 1000 miliardi di dollari investiti, e una lunga serie di incongruenze registrate. Se la retorica cinese non si è risparmiata nel sottolineare i benefici potenziali degli oltre 1000 progetti realizzati o in corso d’opera in oltre 50 Paesi di mezzo mondo, in realtà è in corso un ripensamento diffuso per l’eccessiva influenza acquisita dalla Cina. L’Europa si è trovata di fatto la Belt and Road in casa sua con due progetti di investimento cinese: l’acquisizione del porto del Pireo e costruzione della ferrovia Belgrado-Budapest. Inoltre il gruppo di import/export della stato cinese China Ocean Shipping Company (Cosco) ha acquisito le società di gestione nel trasporto dei container per i porti spagnoli di Bilbao nell’oceano Atlantico e di Valencia sul mar Mediterraneo nel 2017 e di Zeebrugge (in Belgio) nel 2018, situato sul Mare del Nord. E in Italia, per il momento la Cosco controlla il 40% del porto di Vado Ligure. I dati ufficiali di fonte cinese enfatizzano l’aumento dell’interscambio tra la Cina e i partner della Belt and Road (3,7 punti percentuali in più del commercio estero cinese con tutto il resto del mondo)m tuttavia la bilancia commerciale è tutt’altro che equilibrata: per la Cina si registra un avanzo commerciale pari a 141,66 miliardi di dollari (Export:704,73 miliardi dollari verso i Paesi B&R; import 563,07 miliardi di dollari); l’import è costituito in buona parte da risorse naturali ed energetiche; l’export è diretto soprattutto verso paesi con buone prospettive di crescita della domanda interna. In poche parole ad oggi la Bri conviene di gran lunga alla Cina, un aspetto che all’arma l’Europa e sopratutto gli Stati Uniti. Come ricorda il documento citato poco sopra, emerge chiaramente come l’iniziativa di Pechino sia davvero strategica. In tempi di Tav e corridoi paneuropei, un altro aspetto cui tenere conto è l’interconnessione ferroviaria: alla fine di agosto 2018 il numero di treni merci cinesi-europei operativi aveva superato le 10.000 unità, scambiando merci per 5mila miliardi di dollari (aumento anno su anno del 34,5%). Inoltre la Cina ha stabilito rotte navali con oltre 600 grandi porti in oltre 200 paesi in tutto il mondo e ha firmato accordi di trasporto aereo realizzando voli diretti verso 45 paesi con circa 5.100 voli settimanali. Stati Uniti e Commissione critici sulla partecipazione italiana alla Bri. Ma Palazzo Chigi assicura: “Non muta la nostra collocazione euro atlantica”. Sull’imperialismo cinese in Africa qualcosa c’è da dire. La Cina, secondo molti, incoraggerebbe la dipendenza economica, proporrebbe contratti opachi, incoraggerebbe prestiti che contribuiranno all’esplosione del debito estero dei Paesi africani e la corruzione, minando le basi di un sviluppo solido, duraturo e sostenibile. Nel corso dell’ultimo Forum di cooperazione Africa-Cina Pechino si è impegnata a contribuire allo sviluppo dell’Africa con niente meno che 60 miliardi di dollari tra prestiti e investimenti in infrastrutture. Un impegno credibile? Certamente sì, visto che un contributo identico è stato promesso nel 2015 ed elargito negli anni immediatamente successivi. I 60 miliardi di oggi verranno suddivisi su varie aree: 15 finanzieranno aiuti e prestiti a interessi zero, 20 nuove linee di credito, 10 un fondo speciale per lo sviluppo, 5 le importazioni dall’Africa e gli ultimi 10 progetti privati delle imprese cinesi. I 60 miliardi del 2015, invece, hanno permesso di costruire nuove ferrovie che collegano Kenya, Rwanda, Tanzania, Uganda, Burundi e Repubblica Democratica del Congo; hanno contribuito a coprire i costi dei peacekeeper dell’Unione Africana; hanno permesso a un migliaio di giornalisti in erba di completare la loro formazione; e hanno contribuito a costruire stadi, ponti, strade e tante altre infrastrutture. La Cina dunque è sempre più vicina? Credo che sia anche il mondo globalizzato più piccolo che ci fa stravedere la “povera” Cina.

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