LETINO. Dibattito libero e franco tra generazioni di letinesi.

“… il popolo – il lettore – non è stupido, ma sa riconoscere il vero dal falso e la gramigna dal grano”.

di Giuseppe Pace

Il 28 dello scorso mese inviai e fu pubblicato da questo media un mio lungo articolo su Letino. Con sorpresa e stupore lessi un lungo commento a firma di una letinese, suppongo. Il commento non era un omaggio alla veneranda età dello scrivente né lo avrebbe preferito. Le critiche sono il sale della Terra e fanno spesso più piacere degli elogi che si sprecano sovente tra gli adulatori. Da un precedente articolo relativo a Caiazzo, la direzione-redazione del presente media, mi inviò una lettera di un lettore di Caiazzo, Avvocato Insero, di condivisione di ciò che avevo scritto sul ”suo” habitat. Invece, dal lettore, di Letino avrei preferito leggere un altro articolo sul comune paesetto di nascita, articolato e meno corto delle striminzite critiche rivoltemi con l’invito, addirittura, a non scrivere più su Letino. A mio giudizio avverto spesso, purtroppo, in mentalità indigene doc, dop e igt soprattutto di paesetti una sorta di proprietà privata dell’habitat fuori dell’uscio di casa. Forse il lettore di Caiazzo è più vicino alla mia generazione che non la lettrice di Letino, presumo dal modo e contenuto che scrive e che ringrazio (a parte l’invito a non scrivere più, mi sembra poco democratico e statalista) comunque in ogni caso. Letino, come gli altri 16 comuni della Comunità Montana Matese, per restare in ambito non molto ampio, non sono proprietà di alcuno, ma di tutti. Ciascuno può leggere il territorio e dirlo ai lettori dei media se il direttore e la redazione accreditano l’articolo. Evidentemente se Matese News Informazione accredita i miei articoli li ritiene leggibili e non li blocca come è suo diritto, si limita, qualche volta, a cambiare il titolo o la fotografia, ma non per l’articolo su Letino. La fotografia che si riporta la ritrassi nel 2013 al ristorante Il Mulino, era esposta dal genero di Vittoria Fortini, vedova E. Pitocco. A me fa piacere leggere il pensiero di altri su Letino come di altri paesetti e cittadine del circondario. I punti di vista, diversi dai miei, li apprezzo molto se circostanziati e vicini al vero, siamo tutti perfezionisti e nessuno perfetto. Non farei però mai l’invito all’altro che scrive di non scrivere più, ciò è indice di poca democrazia nella palestra ideale e del pluralismo che la diversità culturale porta con sé. Comunque le generazioni si susseguono da tempo non corto e anche le opinioni espresse dal medesimo scrittore sono un po’ diverse anche durante la sua esistenza. Ciò che scrive a 30 anni non è uguale a quello che scrive a 70 anni anche se alcune cose basilari possono restare le medesime. Le cose basilari non derivano spesso da una cultura ideologica o umanistica, ma scientifica e realistica. Dire che Letino è esteso circa 32 kmq è una cosa che resta fissa a tutte le età. Dire che Letino dopo gli anni Sessanta non è cambiato in meglio per l’Amministrazione municipale, invece, è opinabile poiché ciascuno può dire quello che pensa e legge nel corpo sociale letinese. La foto che inviai e che ripropongo è emblematica di Letino perché ritrae una famiglia allargata nota ai più anche perché alcuni, come Emilio Pitocco, ha assunto un ruolo pubblico a Letino, che poi fu sostituito da altri con alterne vittorie e sconfitte elettorali alle quali lo scrivente non partecipò mai perché residente altrove, ma ne seguiva il divenire perché curioso e partecipe e non apatico e assente come la mia lettrice forse vorrebbe. Chi si oppose ai Pitocco allora, parte della nuova generazione scolarizzata, oggi borbotta quando li rivede agli onori della cronaca sia pure in una fotografia. Non siamo più alla dannazione perpetua operata ai tempi di Roma ed anche prima, in Egitto, dai faraoni vincenti sugli sconfitti o precedenti. Quando uno vince l’elezioni del nostro tempo dovrebbe avere per chi perde una maggiore considerazione poiché in democrazia il potere è responsabilità che cambia e si riparte. Dire che Letino non è da programmare per il turismo mordi e fuggi è lapalissiano, ma l’esodo dalla montagna non è solo letinese, a Gallo Matese è ancora maggiore come a Ciorlano, fanno eccezione un paio di paesi su 17 che non hanno subito il calo demografico negli ultimi 4 decenni. Dire che nel 1929 le donne letinesi in costume a Campiello Matese calzavano ancora i zambitti e precisare che ciò indicava più isolamento geostorico, anche della più ricca e vicina Roccamandolfi, non è, a mio parere, opinabile e se lo è allora si apra un dibattito. Ma a dimostrarlo ci sono i reperti, le fotografie dell’epoca fascista, la demografia e gli indicatori connessi, come quelli di Roccamandolfi con più del doppio degli abitanti di Letino e a due passi dalla ferrovia di Cantalupo del Sannio, da Bojano, Isernia e Campobasso, mentre Letino, più in alto sul Matese povero, era ed è più distante dai centri con più servizi come Piedimonte d’Alife (Matese oggi), Venafro, ecc.. Certo Letino non si popola di turisti stabili, ma quale paesetto cresce demograficamente dei 17 suddetti, nessuno, solo qualcuno non decresce e la stessa Piedimonte M. decresce sia pure di poco. La crisi è generalizzata, ma dalla montagna appenninica ed alpina la gente va via verso centri delle sottostanti vallate più ricche di servizi sociali. Dire che a Letino si dice”ogni uccello tira al proprio nido” non è altro che un proverbio, che io non condivido perché non nasce dall’Etologia né da sue diramazioni sociologiche sperimentali. Si tira al proprio nido quando si è piccoli, ma da grandi non più. Se poi alla mia lettrice ciò non piace è libera di confermare il proverbio, ma non mi può fare lezione di scienze naturali se non ha almeno letto e sostenuto alcuni esami in merito. A Letino non pochi Amministratori, dopo i Pitocco (che non sono il mio ideale di Amministratori precisiamolo) hanno espresso una cultura gravida d’ideologia manifestatamente bicolore: l’amato colore rosso ed il nero che odiavano. Chi era fuori del diacromatico panorama culturale era pericoloso e da avversare come nemico di classe. Il ‘68 italiano e europeo sta là a segnare un’epoca culturale e a Letino è ancora più evidente poichè i pochi marxisti iniziali che spossessarono i Pitocco (monarchici prima e D.C. poi) lo fecero in nome e per conto della difesa del più povero. Eppure a onore del vero la famiglia Pitocco-Fortini, riportata in questo riaffondo di lettura letinese non era ricca, direi che era più vicina e solidale con i più poveri del paesetto della mia infanzia. I Pitocco del Dr. in Medicina, vissero a casa locata e morirono in casa non propria, frequentata spesso dai più bisognosi. Nella cappella cimiteriale del camposanto nel Castello medievale di Letino, tra i Pitocco, ex Amministratori, il Dr. ed il nipote Emilio, vi è anche una bolognose, moglie del medico, che fu mia brava prof.ssa dalla quale appresi anche la riconoscenza e non solo la lotta di classe che pregna e barra la visuale di alcuni della generazione letinese che mi ha seguito nel tempo. La mia lettrice pare che abbia, da quello che scrive, una visione statalista, che non è la mia, né lo scrivente fugge in ideologie astratte e svincolate dalla storia e dal mito locale. Globalismo, ecc. sono termini che rifuggo perché spesso vuoti di reale. Questa è la mia lettura della realtà sociale letinese che può essere benissimo non condivisa, ma ho il diritto di scriverla ed offrirla in lettura a chiunque, letinese e non. Il giovane di terza e quarta generazione letinese deve farsi le proprie idee e ha diritto di sentire e leggere più versioni della realtà nella quale vivrà o dalla quale deciderà di andare via e di ritornarvi oppure no. Oggi l’Italia ha gli elettori di sinistra, più o meno moderata, solo tra il ceto medio borghese dei centri cittadini, i poveri e i metalmeccanici che difendevano, a parole, votano altri partiti. Spesso i profeti sessantottini erano i figli dei ceti sociali più abbienti e non i figli del popolo. Anche la “Banda del Matese”, guidata da Cafiero-Malatesta nel 1877 a Letino e Gallo Matese, erano figli della borghesia, “dalla mangiatoia bassa” direbbero i miei compaesani pastori e contadini di un tempo. C’è in atto in Europa ed altrove l’incontro tra solidarismo marxista e cattolico e, purtroppo, non se ne uscirà subito dal connubio, poco liberale a mio giudizio. Giovanni Gozzer, Pedagogista di rilievo internazionale, anticipò il fenomeno del cattocomunismo ad una relazione per docenti alla Scoletta della Basilica di Sant’Antonio oltre 30 anni fa. Peccato che una mia lettrice e forse compaesana voglia farmi la predica senza sapere che a Letino siamo tutti bravi predicatori, ma io lascio il pulpito- il media- anche ad altri poiché il popolo-il lettore- non è stupido, ma sa riconoscere il vero dal falso e la gramigna dal grano.

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