LETINO / SAN GREGORIO MATESE / BOJANO / CUSANO MUTRI. Le patate del Matese sfamavano i poveri fino a metà del 1900.

In pianura alifana, erano più coltivate le cipolle e i pomodori oltre il grano rappresentato dalla fontana, in bronzo francese, dedicata al Mietitore…

di Giuseppe Pace (Naturalista)

Nel recente passato le patate sono state una risorsa alimentare preziosa per sfamare le famiglie, alifane, piedimontesi, pratesi, capriatesi, gallesi, letinesi, cusanesi, bojanesi ecc. A Piedimonte M. i compagni di classe di tanto in tanto apostrofavano chi era di San Gregorio con”patate”, mentre Letino con ”zampitti” e d’Alife “cipolle”. Per le cipolle alifane l’Associazione locale Gustumas organizza spesso in agosto delle interessanti passerelle espositive in centro lungo lo storico Decumano. Fuori di Porta Napoli poi c’è una pizzeria che cuoce anche la pizza alla cipolla d’Alife. Note una volta erano la bontà e l’abbondanza delle patate di San Gregorio Matese (CE), mentre per i cavoli, e non solo i funghi, di Cusano Mutri (BN) antica cittadina decantata spesso anche per i cavoli dall’indigeno Vito Antonio Maturo, mio buon ed ospitale amico. Gli ex pastori ed agricoltori di San Gregorio Matese con il boom economico hanno lasciato il paese e le loro case affittate ai turisti e si sono trasferiti d’estate sopra monte Crocella e nella pianura del Lago Matese. San Gregorio, antico casale di Piedimonte M., confina a nord con monte Gallinola e tesse scambi con i pastori di ovini di Bojano nonché con i pastori di mucche di San Massimo sopra Capo di Campo ed Esule e, su monte Miletto, con i pastori di pecore di Roccamandolfi e poco più ad ovest di Sprecavitelli con i pastori di Letino. In pianura alifana, erano più coltivate le cipolle e i pomodori oltre il grano rappresentato dalla fontana, in bronzo francese, dedicata al Mietitore, mentre in pianura di Bojano erano noti i buoni peperoni, le dolci tortanelle, i fagioli e le gustose trote preferite dalla famiglia reale dei Borboni di Napoli. La scorsa estate ho visto ed ammirato uno scavatore di patate non con la zappa, ma con il bidente. Era nella periferia di Bojano (CB). Scavava delle grosse patate, che deponeva in una carriola, Antonio Di Giorgio si chiama e ama coltivare la sua terra nativa ereditata dai genitori bojanesi. Nelle fotografie sono ritratti Vito A. Maturo insieme allo scrivente a Cusano Mutri e A. Di Giorgio mentre posa scavando patate nonchè la storica e significante fontana alifana. Più in alto sul Matese occidentale, a Letino (CE), intorno al 1960, si producevano molte patate e la popolazione letinese era quasi autosufficiente per le derrate alimentari fatta eccezione per l’olio e molta frutta che scambiava spesso con baratti con i paesi pedemontani al Matese. Mia madre mi raccontava che di patate i letinesi ne scavavano tante a settembre e spesso le lasciavano ammucchiate e ben interrate, a Capo Sava ad esempio, per poi trasportarle in paese d’inverno. L’Avv. Luigi Stocchetti, tre anni fa a Caserta, mi disse che se la crisi economica diventava più grave i letinesi sarebbero potuti ritornare a produrre e mangiare patate. Non aveva parlato a vanvera perché un ettaro di terreno coltivato a patate qua in pianura Padana produce ben 400 q.li con un incremento produttivo del 35% rispetto all’appezzamento non trattato. A Letino, invece, era difficile possedere un ettaro accorpato di terreno, ma spezzettato in circa 4 tomoli. Il noto fazzoletto di terra della montagna meridionale, ma anche settentrionale. Un tomolo (misura locale variabile con maggiore estensione in aree più fertili e pianeggianti e minore in aree montane) a Letino è pari a 2600 mq, mentre ad Alife come a Vicenza supera i ben 3 mila mq. Dunque le patate prodotte a Letino da un solo tomolo di terreno coltivato arrivava a quasi 70 ql in area pianeggiante (proprio davanti al paesetto a meno di 900 m. di quota e vicino al Lete) e poco più della metà in aree montuose o a oltre 1.100 metri di quota nelle pianura delle Secine, altra dolina carsica ai piedi del Miletto e di Monte Nicola Pilla o Janara, dove sorge il Lete. Nella più alta dolina carsica di Capo Sava, dove io raccoglievo molto origano, spesso si producevano patate più grandi del solito e alcune erano con buccia nera e marrone anche per l’humus abbondante del terreno, riccamente fornito di foglie di faggio marcite e provenienti dai folti e secolari boschi circostanti. I terreni non pianeggianti di Letino erano tutti sistemati a terrazzamento come alle Cese a San Pietro, a nord delle Secine, ecc.. I letinesi erano poveri in generale, ma il mangiare non gli mancava ed in particolare una famiglia media di 4 persone poteva sfamarsi con solo mezzo tomolo o una mezzetta di terreno coltivato a patate. Ecco perché quando mio padre mi mandava, in compagnia di un paio di coetanei, tutt’ora viventi, a barattare mele e cachi (comprati ad Alife) con doppia o tripla quantità di patate letinesi per poi venderle fuori comune, faceva un buon guadagno. Le patate dunque per i letinesi sono state per un secoli (furono importate dall’America Latina, dove nel 2000 ho visto semi andini conservati al grande museo di La Plata, a 75 km distante da Buenos Aires) l’alimento più economico abbondante ed a buon mercato. La patata è’ stata introdotta in Europa dopo la scoperta dell’America, prima come curiosità botanica e poi come pianta alimentare. La coltivazione in Italia è iniziata ai primi del 1800, anche se la sua vera diffusione è stata successiva (fine del secolo). Un’epidemia di patate significava grave problema alimentare popolare e intensi flussi migratori hanno seguito tale problema in Trentino ad esempio. A Letino però l’alimento più antico è stato la farina di segala associata al formaggio di pecora prima e di bovina poi. La misura locale risentiva dell’ordinamento della legge n. 6048 del 1840 fu approvata quando fu fatta l’unificazione delle unità di misura nei territori di qua dal Faro, cioè la parte peninsulare del Regno delle Due Sicilie. La riforma aveva una suddivisione decimale e per le misure di capacità per gli aridi vi era il tomolo e la sua metà, mezzetto. Altra misura largamente usata a Letino per la legna tagliata, era la canna, misura di volume (si rimanda il lettore interessato ad approfondire ai miei due saggi “Letino tra mito, storia e ricordi” e “Piedimonte M. e Letino”, esistenti all’edicola d’Alife vicino alla Banca Capasso o da d’Aulisio di Piedimonte Matese). Oggi un piccolo-grande pericolo, rappresentato da un battere, sembra preoccupare in particolare i produttori di patate in Egitto, in Romania, in Sardegna, ecc.. Ma vediamo un po’ di approfondire il problema non solo economico ma anche scientifico. I Batteri sono gran parte del regno delle Monere. Essi sono monocellulari e a riproduzione asessuata. In qualche modo sono immortali poiché parte del batterio che muore si trova in quello derivato. Negli organismi più evoluti vi è la riproduzione sessuata con i due generi maschile e femminile, Homo sapiens o uomo compreso, che sopravvive solo se ha figli. I Batteri si dividono in zoobatteri e fitobatteri e insieme alle alghe azzurre o cianoficee costituiscono il Regno delle Monere, che si evolve in Regno dei Protisti, degli Animali, dei Vegetali e dei Funghi. Il Regno dei Protisti è quello delle alghe, organismi con cellula procariota e che svolgono la fotosintesi, ma mancano della suddivisione del corpo in un cormo (radici, fusto e foglie) come accade nelle piante. I protozoi non si sa bene dove inserirli. Si conoscono oltre 35000 specie di protozoi. Si tratta di un gruppo tradizionalmente utilizzato nella classificazione scientifica, ma considerato attualmente privo di valore sistematico filogenetico in quanto polifiletici. Secondo l’ipotesi dell’evoluzione, più accreditata, i protozoi furono le prime forme evolute dal brodo primordiale 3,6 miliardi di anni fa circa perciò, sempre secondo questa teoria, costituiscono una delle forme di organismo più antiche del pianeta. I Batteri, meno evoluti dei Protisti, sono utili alla vita degli altri organismi come ad esempio i milioni che si trovano nel nostro intestino. Solo alcuni di essi possono essere dannosi come quello che attacca le patate. Il batterio Ralstonia (o Pseudomonas) solanacearum causa il marciume bruno delle patate e l’avvizzimento delle parti aeree di circa 200 vegetali o piante spontanee e coltivate, dunque d’interesse economico. Alcune di tali piante, d’uso alimentare, sono: melenzane, pomodoro, peperone, geranio, ecc.. Primi avvistamenti del batterio suddetto sono stati in Veneto ed Emilia Romagna dal 1995. Tale problema già è presente anche in Belgio, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda, Portogallo, Spagna. Tale malattia, soprattutto delle patate, interessa molto alcuni Paesi, forti consumatori come, tra gli altri, la Germania e la Romania. Il batterio Ralstonia solanacearum è tra gli organismi fitopatogeni più pericolosi e degni di nota al mondo. L’agente patogeno è temuto per il suo spettro di piante ospiti eccezionalmente ampio (oltre 200 piante utili e ornamentali di oltre 60 famiglie), il grande potenziale nocivo, l’aggressività e la persistenza nonché la già grande diffusione geografica. Ralstonia solanacearum in Svizzera è considerato un organismo di quarantena e a gennaio 2017 è stato attestato per la prima volta in diversi centri di giardinaggio specializzati in rose. Il batterio particolarmente pericoloso si è diffuso in Svizzera e in altri Paesi europei attraverso piante giovani di rose contaminate provenienti dall’Olanda. Ralstonia solanacearum deve essere eliminato su disposizione del servizio fitosanitario competente per evitare la diffusione dell’organismo di quarantena nel nostro Paese e possibili danni a colture quali patate e pomodori. L’agente patogeno non è pericoloso per persone e animali. Anche se Ralstonia solanacearum causa i maggiori danni nelle regioni tropicali e subtropicali, il batterio rappresenta sempre più un grande pericolo anche nel continente europeo. Oltre al marciume bruno o alla batteriosi vascolare della patata (causati dalla terza variante di Ralstonia solanacearum), noti da tempo in Europa, in Olanda negli ultimi tre anni si sono attestate diverse infezioni di una nuova variante tropicale, la 1, presente nelle serre di rose, curcuma e anturio (Anthurium). Il batterio è molto pericoloso in particolare per le solanacee (p.es. patate, pomodori, peperoni, tabacco e melanzane). Ralstonia solanacearum può essere rapidamente diffuso attraverso l’acqua, il terreno, le piante, parti di piante e cesoie ed essere trasmesso alle piante sane. Tuttavia la razza 1 di Ralstonia solanacearum finora è stata attestata in Svizzera e in diversi Stati membri dell’UE soltanto in serra. Tra gli ospiti e i sintomi c’è da precisare che maggiori informazioni sul batterio e risposte alle principali domande si trovano nel Promemoria su Ralstonia solanacearum. Dal giornalista romeno, N. Silade, direttore di Attualità e Attualità letteraria leggo che “Un trasporto di 1.100 tonnellate di patate dall’Egitto è stato vietato di entrare nella Romania attraverso il porto di Costanza, perché i test di laboratorio hanno rilevato la presenza di un batterio molto pericoloso. Secondo un comunicato stampa rilasciato dal ministero dell’Agricoltura e dello sviluppo rurale, come mostrato di seguito, le patate egiziane sono state infestate dal batterio Ralstonia solanacearum, noto anche come marciume marrone. Il batterio è estremamente pericoloso e al momento non esiste un metodo chimico o biologico per controllare questo organismo nocivo. “Il Ministero dell’agricoltura e dello sviluppo rurale, attraverso l’Autorità fitosanitaria nazionale, ha aumentato la domanda di protezione dell’area rumena nel prevenire l’introduzione e la diffusione di organismi nocivi da quarantena di piante o prodotti vegetali in Romania. L’attività fitosanitaria ha lo scopo di prevenire l’introduzione di organismi nocivi in aree in cui non sono presenti, la diminuzione delle aree di diffusione e lo sradicamento di organismi nocivi. Così, dopo gli accertamenti, ispettori fitosanitari scoperto una quantità di 1100 tonnellate di patate di origine Egitto, che sono stati banditi di entrare nel paese attraverso il porto di Costanza, perché secondo laboratorio ha rilevato la presenza di batteri Ralstonia solanacearum (marciume marrone). Tuberi di patate sono state campionate con la decisione applicazione della decisione del 29 novembre 2011, che autorizza gli Stati membri ad adottare misure urgenti provvisorie contro la diffusione del batterio. Ralstonia solanacearum (Smith) Yabuuchi et al. venendo dall’Egitto. La misura di divieto è stata presa sulla base di H.G. 563/2007 per l’approvazione delle norme metodologiche per l’applicazione dell’Ordinanza del Governo n. 136/2000 sulle misure protettive contro l’introduzione e la diffusione di organismi nocivi da quarantena di piante o prodotti vegetali in Romania. L’impatto economico avrebbe potuto essere estremamente grave, dato che attualmente non esiste un metodo chimico o biologico per controllare questo organismo nocivo e, inoltre, vi è il rischio di contaminazione del suolo e delle acque superficiali con i batteri dai detriti derivanti dal consumo di patate e di patate danneggiate e smaltite come rifiuti domestici. A tale riguardo, il Ministero dell’agricoltura e dello sviluppo rurale, attraverso l’Autorità fitosanitaria nazionale, ha un interesse speciale nella tempestiva individuazione degli organismi nocivi al fine di prevenirne la diffusione, in modo che i consumatori possano ottenere prodotti sicuri”. Anche per il pomodoro il batterio non scherza affatto. Circa 42 ettari, tutti in Emilia Romagna, i campi che sono stati completamente distrutti, come prescritto dal decreto di lotta obbligatoria. Al convegno organizzato dall’Oi del pomodoro da industria del Nord Italia che si è tenuto a Parma, il 20 novembre scorso, si è fatto un bilancio fitosanitario dell’annata 2017 ed è stato fatto il quadro della situazione sul batterio Ralstonia solanacearum, un’avversità da quarantena che preoccupa. “Ci siamo subito attivati – ha detto Tiberio Rabboni, presidente dell’Oi pomodoro Nord Italia – con la Regione Emilia Romagna per chiedere l’indennizzo al 100% del danno subito da chi è stato colpito”. Le aziende interessate sono a Parma, a Ferrara e nel bolognese (su patata, non su pomodoro). “L’indennizzo – ha continuato Rabboni – potrà essere erogato solo nel 2018, nel frattempo abbiamo istituito un fondo di solidarietà straordinario, per quest’anno. Il messaggio che deve passare– ha puntualizzato – è che è nell’interesse di tutti segnalare immediatamente sintomi di possibili batteriosi”. Per studiare il problema e affiancare nella lotta il servizio fitosanitario, l’Oi ha anche costituito un gruppo di lavoro interno e ha promosso un coordinamento. L’allerta è massima perché Ralstonia solanacearum non è da sottovalutare: a chiarire la sua pericolosità è stato Valentino Testi, direttore del Consorzio fitosanitario di Parma. “E’ la batteriosi del pomodoro più virulenta, la più temuta. Si conserva bene nel terreno – ha spiegato Testi – si conserva nell’acqua, nei residui colturali e nelle infestanti. Se si insedia in un territorio è facile trovarla per anni. E’ un batterio termofilo, in tre varianti. La uno e la due hanno bisogno di almeno 35-37 gradi, la terza è detta, invece, fredda. L’estate 2017 ne ha favorito lo sviluppo, alte temperature e forte siccità”. Importante, per evitare che il batterio si presenti nuovamente il prossimo anno, è curare il monitoraggio, cosa cui stanno pensando i consorzi fitosanitari, e segnalare tempestivamente ogni pianta sospetta: “Il patogeno penetra attraverso l’apparato radicale – ha detto ancora Valentino Testi – e invade il sistema vascolare della pianta portandola al collasso. Se la pianta si affloscia deve scattare il campanello d’allarme. Altro sintomo importante è il fatto che proliferano le radici avventizie”. C’è da temere per la diffusione sul territorio durante la prossima stagione? “Speriamo di no – ha risposto Testi al microfono di AgroNotizie- andiamo verso un mutamento del clima, ma spero che non ci siano le condizioni climatiche favorevoli alla diffusione. Chiaramente l’anno prossimo controlleremo i campi vicini a quelli infettati quest’anno. La malattia comunque per ora non è epidemica”. Attualmente le vendite di patate procedono speditamente. “La primavera non è ancora arrivata e questo è positivo per la vendita e il consumo del prodotto, perché vengono preparati molti più pasti caldi”. Così Bart Nemegheer dell’azienda De Aardappelhoeve, che produce e vende patate. “Per il momento ciò non ha ancora innescato un aumento del prezzo. La quotazione della varietà Fontane è un po’ più alta, ma il valore delle cultivar Challenger e Bintje è meno buono a causa di problemi di qualità. Questo è anche il periodo in cui vengono piantate le patate, ma ha fatto troppo freddo. Per la prossima settimana è previsto un clima migliore, ma subito dopo ricomincerà il clima variabile. Anche in Germania ha fatto molto freddo. Alla fine della stagione potrebbero ancora esserci troppe patate del vecchio raccolto, ma dovremo attendere fino a quel momento per saperlo. Pertanto tutto dipenderà dal clima”. Nel frattempo da De Aardappelhoeve sono arrivate anche le prime patate novelle da Israele. “Offriamo sia il prodotto bio che convenzionale del raccolto invernale. Si è in attesa di volumi maggiori, dal momento che l’offerta limitata al momento viene facilmente assorbita dalle destinazioni. Sicuramente durante il periodo pasquale, durante il quale i supermercati hanno assortito l’offerta con alcune quantità di patate novelle, l’offerta è stata smaltita rapidamente”. Intanto a Vinitaly la patata prodotta nel Fucino è in passerella e in connubbio con il vino Montepulciano d’Abruzzo al ristorante del padiglione Abruzzo. Eccessive le presenze dei politici e dei governatori regionali al Vinitaly, non perdono l’occasione di stare zitti alcuni delle nostrane regioni meridionali, che poco fanno per incrementare il reddito dei loro amministrati, ma solo il loro reddito ben pagato dal contribuente italiano, sono ancora una Casta come li ha ben definiti G. Stella con un best seller di qualche anno fa. C’è un aspetto del Vinitaly che si vede poco, che è meno appariscente, meno sottoposto alla lente di ingrandimento sia dei mezzi di comunicazione sia degli utenti. E’ quello legato alla lenta e progressiva trasformazione di questo grande evento veronese in una fiera del business a forte vocazione internazionale, sul modello del tanto decantato Prowein di Düsseldorf. Nei numeri, questo trend è in corso da qualche tempo. In particolare dal 2015, anno in cui i visitatori furono 150 mila e in cui venne annunciata la decisione di operare una scrematura del pubblico, dando vita al progetto parallelo di Vinitaly and the city. E così, nei padiglioni della fiera di Verona, nel 2017 i visitatori sono scesi a 128 mila, ma al contempo gli organizzatori hanno visto aumentare la percentuale di quelli esteri fino al 38%, con 48 mila presenze e 30 mila buyer da 142 nazioni. Anni fa ho riassaporato In particolare i formaggi di Letino a Vinitaly, ho visitato anche le vetrine della Regione Campania (mentre il presidente Napolitano era visita a Vinitaly) al tavolo espositivo della Camera di CIAA di Caserta, ma l’impressione avuta della rappresentanza istituzionale nostrana non è stata positiva per la laboriosità dell’antica Terra Laboris, ma di inefficienza di facciata, viceversa ho avuto, invece, l’impressione più che positiva che alcune aziende beneventane esponenti del buon vino del Sannio. Ipotizzo che il meridionale privato, casertano in modo speciale, se lasciato meno intruppato dalla frenante burocrazia, spesso con esponenti mediocri paludati dalla casta dei politicanti, sa dare il meglio in produttività, qualità di merci e servizi ed efficienza.

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