Maggiore autonomia regionale prevista dalla Costituzione e lo Svimez invoca meno federalismo al nord per non vedere ridotti gli sprechi al sud.

In molti comuni meridionali come Alife, Piedimonte Matese, Bojano, ecc. si ratificano bilanci in profondo rosso perpetrati da precedenti amministratori, in Veneto nessun comune chiude il bilancio in rosso.

di Giuseppe Pace (Delegato regionale del Partito Pensionati per l’autonomia).

A febbraio c. .a. è prevista un’altra tappa della negoziazione tra Stato e alcune Regioni per la maggiore autonomia decentrata regionale come previsto dall’art. 117 della Costituzione. Tra le regioni settentrionali il Veneto va alla negoziazione forte anche di un referendum popolare proautonomia: ampiamente favorevole. Tra le regioni meridionali la Sicilia è quella con più forti passività di bilancio e di conseguenti sprechi, ma la Campania segue senza tanti riguardi e tante promesse di virtuosismi. E’ in Campania, più che in Sicilia ed altrove, che il nuovo fenomeno politico dei penta stellati ha raggiunto la massima espressione con il loro giovane leader Luigi Di Maio, che adesso pensa agli sprechi delle due sedi europee da ridurre. Non credo che al settentrione, in particolare i penta stellati, confermeranno il consenso avuto la scorsa tornata elettorale. Dall’ultimo rapporto di Unioncamere del Veneto con i dati più aggiornati del 2017 scatta un’eloquente radiografia del sistema economico. Il Veneto conta 488.226 imprese registrate con 1.017 fallimenti e concordati più 7.374 liquidazioni di società. Si produce il 9% del Pil italiano con un indice di disoccupazione pari al 6,8% della popolazione attiva. E un significativo reddito pro capite: 31.730 euro. Da sola, la provincia di Vicenza fattura oltre 41 miliardi di euro all’anno, conta su 547 sportelli bancari con 23 miliardi di depositi, esporta 10,5 miliardi (di cui 3 in Asia, 2 in America e 1,8 in Germania). Un indice indiretto del benessere è rappresentato dalle immatricolazioni auto: 146.860 che vale il più 2,5% rispetto al 2016. Mentre, in generale, le regioni del settentrione sono più sensibili alla richiesta di maggiore autonomia su tutte e 23 le materie possibili, le regioni centromeridionali pare siano refrattarie al decentramento ed addirittura contrarie a quelle che chiedono più responsabilità decisionali nell’amministrare la res pubblica ed invocano l’unità nazionale come paravento per continuare ad essere meno virtuose e più passive di bilanci comunali, provinciali e regionali. Ad un meridionalismo piagnone e filoborbonico si contrappone un meridionalismo attivo che individua le responsabilità dell’arretramento meridionale nella classe politica meridionale poco attenta ai problemi del territorio meridionale e più attenta a politiche assistenzialiste. In molti comuni meridionali come Alife, Piedimonte Matese, Bojano (nella foto, il Municipio), ecc. si ratificano bilanci in profondo rosso perpetrati da precedenti amministratori, in Veneto nessun comune chiude il bilancio in rosso. Il bilancio comunale di Bojano di soli 9 mila abitanti ha sfirato i 30 milioni di euro, non si scherza mica poco là, con i soldi pubblici. Ad un Italia virtuosa, generalmente nel settentrione, si contrappone spesso un Italia non virtuosa, generalmente nel meridione, e le richieste di fondi extraordinari di questa seconda Italia si susseguono ininterrottamente da troppo tempo. Da decenni si sente spesso dire che per il fisco, il nord mantiene il sud. “Le Regioni a statuto ordinario del Nord danno oltre 100 miliardi di euro all’anno di solidarietà al resto del Paese”. Il risultato emerge da una elaborazione realizzata dall’Ufficio studi della CGIA che ha calcolato il residuo fiscale di ogni Regione italiana. La Cgia, ricordando che il residuo fiscale corrisponde alla differenza tra le entrate complessive regionalizzate (fiscali e contributive) e le spese complessive regionalizzate (al netto di quelle per interessi) delle Amministrazioni pubbliche, osserva che “tutte le Regioni del Nord a statuto ordinario presentano un saldo positivo: ovvero versano molto di più di quanto ricevono. La Lombardia, ad esempio, registra un residuo fiscale annuo positivo pari a 53,9 miliardi di euro, che in valore procapite è pari a 5.511 euro. Questo vuol dire che ogni cittadino lombardo (neonati e ultracentenari compresi) dà in solidarietà al resto del Paese oltre 5.500 euro all’anno. Il Veneto, invece, presenta un saldo positivo pari a 18,2 miliardi di euro che si traduce in 3.733 euro conferiti da ciascun residente. L’Emilia Romagna, con un residuo di 17,8 miliardi di euro, devolve ben 4.076 euro per ciascun abitante. In Piemonte, che nel rapporto dare/avere elargisce agli altri territori 10,5 miliardi di euro, il residuo fiscale medio per abitante è di 2.418 euro all’anno. La Liguria, infine, dà al resto del Paese 1 miliardo di euro, pari a 701 euro per ogni cittadino ligure”. Nonostante sia più contenuto rispetto al dato riferito alle realtà del profondo Nord, anche il residuo fiscale di tutte le Regioni del Centro è sempre positivo. Quando tocchiamo il Mezzogiorno pero le cose cambiano, si spende molto di più di quello che si dà a Roma. Le cause non sono poche, ma il risultato è unico: il Sud resta una sorta di palla al piede che frena lo sviluppo italiano e la recente politica grillina del reddito di cittadinanza ne è un eclatante esempio. Mentre l’articolo di PrimopianoMolise del 15 c. m. titola:”Spopolamento e autonomia, il futuro del Molise a rischio” si legge anche di un ”Allarme del direttore Svimez: «Alto tasso di invecchiamento e fuga dei giovani: la risposta sta nell’aumento degli investimenti». Lombardia e Veneto «stanno minando l’unità nazionale», dice senza mezzi termini Micaela Fanelli. Ha organizzato la tavola rotonda insieme al collega del Pd Facciolla: da Manzo a Pallante, Matteo, Cefaratti, i politici hanno risposto compatti. In platea anche i rappresentanti di sindacati e associazioni, sindaci, l’ex presidente della Regione Di Giandomenico. L’argomento è dirimente, oggi attualissimo perché il 15 febbraio sarà siglata l’intesa fra le due Regioni a guida leghista nonché l’Emilia Romagna a trazione dem con Palazzo Chigi. Poi l’accordo dovrà diventare legge. Improvvisa per i lettori meno attenti dei flussi politici, la svolta federalista ha avuto un’accelerazione decisa oggi che governa il Carroccio di Salvini. Tra i relatori, il direttore di Svimez Luca Bianchi. Netto anche lui, l’associazione lancia un vero e proprio allarme: «Per come si sta impostando la discussione sul federalismo, rischia di essere contro il Mezzogiorno. Il tentativo delle Regioni del nord di trattenere risorse può comportare una riduzione ulteriore dei trasferimenti per quelle del Mezzogiorno e soprattutto un peggioramento dei servizi sociali dei cittadini del sud. La nostra Repubblica deve garantire uguali diritti di cittadinanza su tutto il territorio». Più soldi nelle casse delle Regioni che rafforzano la propria autonomia – per assicurare i servizi ulteriori che gestiranno in maniera diretta, come la scuola e le politiche del lavoro, oltre alla sanità – vuol dire meno risorse che da Roma possono arrivare alle realtà svantaggiate, appunto quelle meridionali fra cui il Molise. In sanità, per esempio, cosa può cambiare in peggio? «Noi chiediamo che già adesso venga riequilibrata la spesa sanitaria. I dati sull’emigrazione sanitaria dimostrano che i livelli di standard dei servizi al sud sono inferiori – spiega Bianchi – Abbiamo bisogno di maggiori risorse al sud, più ospedali, più servizi sociali per le fasce deboli della popolazione. Questo bisogna ottenerlo attraverso, innanzitutto, una maggiore responsabilizzazione delle Regioni del sud e anche una migliore capacità di spesa, ma pure attraverso la garanzia dei diritti uguali per tutti». Nell’allarme che in generale riguarda il Meridione, il Molise è già messo maluccio. Gli indicatori elaborati da Svimez lo indicano da tempo: è soprattutto il fattore demografico a condizionarne la chance di futuro. «Il pericolo più grande è la riduzione della popolazione. Il Molise è una delle regioni col più alto tasso di invecchiamento. Molti giovani vanno via, è l’esperienza di moltissime famiglie di questo territorio: i ragazzi studiano e poi vanno via. La risposta – per il direttore della Svimez – non può che essere in una crescita degli investimenti e dello sviluppo. Esiste un tessuto di imprese anche nel Mezzogiorno che ha reagito alla crisi, i dati 2016 e 2017 erano abbastanza buoni, anche quelli di inizio 2018, ora si sta avviando una nuova fase recessiva che può essere molto pericolosa. Quindi noi chiediamo garanzia dei diritti di cittadinanza da un lato e dall’altro maggiori investimenti. La vera svolta è questa: incrementare sia gli investimenti pubblici, con una maggiore efficienza nella spesa dei fondi europei, sia quelli privati con politiche che supportino il sistema delle imprese». In apertura dei lavori, l’intervento del governatore del Molise. Il suo non è un no secco all’autonomia differenziata, piuttosto «un sì subordinato alla circostanza che si deve risolvere prima la questione meridionale. Parlo del divario fra nord e sud. Perché in queste condizioni una maggiore autonomia delle Regioni più ricche potrebbe danneggiare quelle meno ricche». Una strada alternativa è la rete che si è creata in Conferenza delle Regioni fra le amministrazioni del sud. Dalla sala parlamentino di via XXIV Maggio, l’intenzione di fare ‘lobby’ nei confronti del governo e del Parlamento per correggere la rotta, magari verso un «regionalismo cooperativo per una rinnovata autonomia», così lo ha definito Patrizia Manzo. Perché su un punto sono tutti d’accordo: questo federalismo è un grosso rischio per il Molise. «Se oggi la sanità riesce a trovare un riequilibrio seppure difficoltoso sul territorio o la scuola è diretta in modo unitario a livello nazionale, domani potrebbe non essere più così. Visto dal Molise, che dai trasferimenti del fondo di perequazione nazionale trae le risorse principali per i propri diritti fondamentali, diventa un rischio grande», chiosa Fanelli. Insomma le paure al Sud aumentano di fronte all’assunzione di maggiori responsabilità nel governo della res pubblica prevista dalla naturale e fisiologica evoluzione dell’economia e della società. In Germania l’autonomia regionale è molto più avanti della nostra e da decenni, senza che nessuno si lamenti, non esiste là il meridionalismo piagnone.

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