Napoli non deve dormire con il caldo Vesuvio: i sismi carsici come spesso avvengono nel sistema montuoso matesino.

Essi si verificano per il crollo di cavità carsiche che spesso fanno effetto a catena e trema l’intera area carsica come spesso avviene per il sistema montuoso del Matese tra Molise e Campania.

di Giuseppe Pace. Naturalista.

Ho insegnato “Scienze naturali, chimica e geografia” alle medie superiori, per una vita professionale trascorsa a “lasciare il segno” sia in Italia che all’estero. Ecco che mi viene “naturale” (per non dire culturale, perché il primato della cultura ha superato quello della natura da alcuni secoli, non prima) parlare e scrivere di sismi e vulcani. I sismi sono di tre tipi a seconda della causa che li determina. Quelli vulcanici sono in prossimità del o dei vulcani che si risvegliano facendo degassificare il tappo litosferico che chiude il o i camini. Quelli carsici sono, in genere, più estesi dei primi soprattutto in Italia centromeridionale ed Alpi orientali o carsiche. Essi si verificano per il crollo di cavità carsiche che spesso fanno effetto a catena e trema l’intera area carsica come spesso avviene per il sistema montuoso del Matese tra Molise e Campania. Sulle cause dei sismi del Matese scrissi sull’Annuario dell’Associazione Storica del Medio Volturno del 1989: ”I terremoti nel massiccio appenninico del Matese. Stratigrafia, cause geologiche e sismografia”. Vi sono, infine, i sismi tettonici che interessano una più vasta area e sono determinati dalla dinamica della litosfera, che interessa anche le due placche che stringono l’Italia tra l’Africa che sale verso Nord e l’Euroasia (si Europa e Asia sono due continenti politici ma unico continente fisico) che scende verso Sud. In Geologia sperimentale si conosce anche la velocità d’impatto delle radici di tali ed altre placche per ricavare un’orogenesi (formazione di montagna) oppure una subsidenza o fossa dove una placca scivola sotto l’altra. Le due placche suddette nel passato- fino a circa 65 milioni d’anni fa- hanno causato l’orogenesi arcuata della catena montuosa Alpina tra Ovest ed Est ed anche Appenninica tra Nord e Sud. I sismi tettonici, in genere, hanno ipocentri maggiori dei 9 km come quello ultimo vicino all’Etna, che appartiene come il Vesuvio ai vulcani attivi e non spenti come i Colli Euganei ad esempio. Un vulcano è spento, per convenzione, se almeno da un paio di secoli non dà alcun segno di attività. Se attorno all’Etna e a soli 9 km di profondità il, recente e intenso, sisma ha fatto spaventare i catanesi, che fanno i napoletani con il Vesuvio sempre pronto a farsi risentire? Non solo la Sicilia è ubicata in corrispondenza dello scontro tra la placca (tettonica della litosfera solida fino a oltre 33 km, in media di profondità) africana e quella euroasiatica. Del Vesuvio tutti ricordano l’eruzione del 79 d.C. ben descritta dal nipote di Plinio il Vecchio e che il Naturalista, Alberto Angela, ce la fa rivedere bene con la “Notte di Pompei”. Dell’Etna il recente sisma vicinioro, secondo Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) di magnitudo di 4.8 della Scala Richter “spiega l’elevata sismicità dell’area che in passato è stata causa di terremoti distruttivi: nel 1693 (54.000 vittime), nel 1908, nel 1968 e nel dicembre 1990”. Lo afferma Fabio Tortorici, Presidente della Fondazione Centro Studi CNG in merito alla forte scossa di terremoto di magnitudo 4.6 che si è registrata il 6 ottobre alle 2:34 con epicentro a Santa Maria di Licodia, in provincia di Catania, a una profondità di nove chilometri. Il sisma può essere collegato a una ripresa dell’attività eruttiva dell’Etna? “La raccolta di dati geofisici in atto, – risponde Tortorici – ci permetterà di stabilire se l’evento, nella notte tra venerdì e sabato, è un terremoto di natura tettonica o vulcanica e quali sono stati i meccanismi di rottura che lo hanno generato e soprattutto se si stanno verificando fenomeni di ricarica delle tensioni vulcaniche. Per ora, è certo che il sisma non è scaturito direttamente dall’interno del principale condotto vulcanico. A me risulta che l’Etna ha più camini vulcanici almeno sommitali. La profondità ipocentrale in piena Litosfera, a soli 9 km, farebbe desumere l’origine vulcanica del sisma, ma lascio spazio a chi ne sa di più anche per gli strumenti e il materiale di cui dispongono. I geologi dell’Ingv a breve verificheranno se il terremoto è collegato al movimento di masse magmatiche periferiche. In ogni caso, nell’area etnea si è sempre delineata una complessa interazione tra le strutture crostali tettoniche e la struttura del vulcano”. Ci saranno altre scosse di assestamento? cosa accadrebbe in caso di Big one a Catania? Il piano di emergenza di Protezione civile proposto dal Comune di Catania e approvato 12 mesi dopo dal Consiglio comunale prospetta uno scenario in caso di sisma 6.8 Richter. Prevede in 590 il n. dei morti 1800 i feriti e il numero di sfollati e senza tetto 27mila. Catania sarebbe davvero in grado di reagire? Una città in cui Comune, questura, prefettura e addirittura molti uffici di Protezione civile sono collocati all’interno di edifici costruiti molto prima che sorgessero i cosiddetti criteri anti sismici. E a Napoli? Il Vesuvio è il vulcano più studiato del pianeta, uno degli studiosi era di Caiazzo, Nicola Covelli, scopritore del minerale vesuviano Covellite, che il prof. Michele Giugliano, dell’ASMV, ha illustrato nei suoi studi di Fisica del 1800 in area napoletana. Nel 1984 ho conosciuto il prof. di Zoologia dell’Università di Napoli, G. Matteucic, che mi diede il “Questionario Matteucic dei precursori biologici” con il quale aveva rappresentato l’Italia al Convegno mondiale di Pechino sui precursori sismici. Egli aveva previsto, ad esempio, che le vipere nella valle del Natisone, erano scomparse alcuni giorni prima del sisma di Gemona del maggio 1976. Prevedere un sisma è possibili sia pure nei limiti probabilistici e con indicatori sia fisico-chimici che biologici. Questi ultimi vengono spesso avversati da molti perché ritenuti meno oggettivi. Ma la catastrofe o Big One di Napoli ”Non è un evento anomalo… per parlare d’emergenza occorrono cambiamenti significativi di diversi indicatori fisici e chimici”, dichiara Lucia Civetta, direttrice dell’Osservatorio vesuviano che monitorizza il vulcano 24 ore su 24. Tuttavia il tremore ha ricordato alla popolazione che la montagna può fare il botto. Il Vesuvio, infatti, non uccide con la lava, ma è un vulcano grigio, a rischio d’esplosione, un enorme serbatoio di magma ostruito da un tappo di roccia. Dall’ultima eruzione del 1944 il magma si è addensato: tanto più lungo sarà il periodo di riposo, tanto più violenta l’esplosione. I due Big Ones del Vesuvio risalgono al 79 d.C., quando il vulcano distrusse Ercolano e Pompei (solo Pompei aveva 10 mila residenti allora, mentre Ercolano era più residenziale e con fogne interrate, non a cielo aperto come nella più povera e popolare Pompei) e, dopo una calma di cinquecento anni, al 1631. Oggi ben 18 comuni circondano il vulcano”. Ma non sono solo i 18 comuni del pedemontano vesuviano ad essere coinvolti in caso di Big One del Vesuvio. Napoli è una metropoli dove vivono milioni di persone in una fascia costiera con la maggior densità in Europa. Il piano nazionale di emergenza per difendere gli abitanti dell’area vesuviana da una possibile eruzione ha come scenario di riferimento l’evento esplosivo del 1631. Elaborato dalla comunità scientifica, individua tre aree a diversa pericolosità definite: zona rossa, zona gialla e zona blu. E’ importante tenere presente che l’eruzione del Vesuvio non sarà improvvisa, ma sarà preceduta da una serie di fenomeni precursori identificabili già diverso tempo prima poichè monitorati dalla sezione di Napoli dell’Ingv, che controlla lo stato del vulcano 24 ore su 24. Il piano nazionale di emergenza, sulla base dei fenomeni precursori attesi, individua quattro livelli di allerta successivi: base, attenzione, preallarme, allarme, ai quali corrispondono fasi operative successive, che scandiscono i tempi degli interventi di protezione civile per mettere in sicurezza la popolazione e il territorio. L’intera zona rossa viene evacuata, trasferendo in aree sicure la popolazione dei 18 comuni. Il Vesuvio e il Somma costituiscono un unico complesso vulcanico, un vulcano bicipite del tipo “a recinto”, la cui attività ebbe inizio tra i 25.000 e i 17.000 anni fa. In tale epoca, il vulcano era costituito dal solo Somma, alto oltre 2000 metri; un’eruzione particolarmente violenta ed esplosiva (forse proprio quella del 79 d.C.) portò al crollo delle pareti sud-occidentali di questo, mentre al suo interno si formava un cono più piccolo, corrispondente approssimativamente all’odierno Vesuvio. L’orografia di questo territorio è cambiata continuamente nel tempo, con il succedersi delle eruzioni, esplosive o effusive; in seguito all’ultima di queste, nel 1944, si è definita la struttura attuale, con il cratere del Vesuvio che misura circa 1,5 km di circonferenza, ed ha una profondità di 230 metri. L’altezza massima del Vesuvio è di 1281 m, mentre quella del Somma è di 1132 m, per una circonferenza complessiva alla base di 50 km; i due monti sono separati da un vallone detto Valle del Gigante, sul cui fondo sono ben visibili le lave del 1944; il recinto meridionale del Somma, completamente crollato, ha dato origine ad una vasta area semipianeggiante, detta Piano delle Ginestre. Per l’Etna l’Ingv afferma: «non si può escludere che ci sia un coinvolgimento dell’Etna». A generare la scossa è stata una faglia verticale tra il vulcano e la piana di Catania. «Stiamo approfondendo lo studio del sisma che questa notte si è manifestato nella zona di Catania con una magnitudo di 4.8 della Scala Richter. E ci muoviamo in due direzioni controllando prima di tutto se non vi sia il coinvolgimento vulcanico dell’Etna», precisa Alessandro Amato dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. «L’alternativa – continua – è che si tratti di un movimento locale, di un assestamento di faglie». Nel 1693 Catania fu rasa al suolo da un potente terremoto e nel 1908 Messina e Reggio Calabria subirono analoga sorte. Con quest’ultimo il sisma di questa notte non ha alcun rapporto. A generare il movimento tellurico è stata una faglia verticale che si muove orizzontalmente e l’area interessata ed è collocata in un punto di passaggio tra il vulcano e la piana di Catania. La Sicilia ha tante faglie attive per cui tutta l’isola e in un campo di stress continuo con accumuli di energia che possono determinare dei terremoti. Se alla base dei fenomeni c’è una spinta della placca africana contro la placca euroasiatica bisogna poi tener conto che molti sismi sono dovuti a spostamenti, assestamenti e deformazioni locali. «Non si può escludere che ci sia un collegamento con il vulcano – spiega Eugenio Privitera direttore dell’Osservatorio Etneo dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia – Il sisma si è originato ad una profondità tra i 5 e 7 chilometri, simile a quella di altri verificatisi negli ultimi tempi. Con la rete Gps e dei sensori geofisici stiamo seguendo una fase di rigonfiamento del vulcano. Per questo ci possono essere dei processi di ricarica del magma che provocano una reazione delle rocce. Però dobbiamo indagare più a fondo per capire se effettivamente esiste un legame con l’Etna». Il Presidente della Fondazione Centro Studi CNG: “Al momento si sono verificate poco più di una decina di scosse dopo l’evento principale, tutte di bassissima magnitudo, in armonia con quella che è la sismicità strumentale negli ultimi decenni nell’area etnea, in cui i terremoti avvengono nella zona sommitale e nei fianchi del vulcano. Storicamente e statisticamente, – continua il geologo siciliano – la sismicità dell’area epicentrale del terremoto di Santa Maria di Licodia, non ha mai espresso eventi di magnitudo elevata, ma come è risaputo è impossibile prevedere i terremoti, pertanto nessuna previsione è possibile”. Sulle condizioni in cui si trovano le abitazioni della provincia catanese, Tortorici evidenzia come “Il patrimonio edilizio nel comprensorio etneo è abbastanza vetusto, con oltre il 60 per cento di costruzioni realizzate prima dell’entrata in vigore delle norme antisismiche, pertanto presenta un elevato grado di vulnerabilità. Inoltre, in caso di emergenza, non tutti i comuni alle falde del vulcano sono dotati di evoluti e aggiornati piani di emergenza, di evacuazione e di protezione civile”. Sull’estrema vulnerabilità del territorio siciliano si esprime anche Antonio Alba, consigliere agrigentino del Consiglio Nazionale dei Geologi: “La scossa, sebbene di entità contenuta, ha provocato danni al patrimonio architettonico dell’isola, con il crollo dei cornicioni della chiesa di Santa Maria di Licodia e del Palazzo Ardizzone, ex sede del municipio”. “La grande vulnerabilità del nostro patrimonio artistico e culturale, che in Sicilia come nel resto d’Italia costituisce il simbolo dell’Italia nel mondo – prosegue Alba – impone interventi governativi mirati e programmatici, riferiti sia all’esposizione al rischio sismico sia al dissesto idrogeologico. L’assenza di geologi nelle sovrintendenze e nello stesso MIBACT testimonia la poca sensibilità e oculatezza che la politica ha riservato al territorio negli ultimi decenni”. Il Vesuvio è attivo come una sorta di bomba ad orologeria e ciò che fa più paura è che sulle sue pendici vivono circa 800.000 persone: è questo il dato che preoccupa maggiormente i sismologi, consapevoli del fatto che l’attività di questo vulcano non è ancora cessata e non è possibile sapere, con precisione matematica, quando avverrà la prossima eruzione. il fatto che sia ancora attivo lo rende assai pericoloso e la storia ci ha insegnato che un’eruzione di questo vulcano potrebbe tranquillamente o rumorosamente sotterrare di cenere, mista a lapilli più o meno ardenti, tutta la popolata Campania (circa 6 milioni di persone più i turisti). Il Vesuvio, situato nella parte di Sud Est della città di Partenope, e il più imponente Etna, rappresentano gli unici vulcani attualmente attivi ed evidenti in tutta l’Europa continentale. Nel 1984, mentre ero commissario d’esame di Scienze naturali al Liceo Scientifico S. “Caccioppoli” di Napoli, mi recai sulla sommità del conetto del Vesuvio (1250 m. di quota), in precedenza da studente ero stato fino al cavallo di Monte Somma. L’ultima eruzione del Vesuvio risale al 1944: dopo il Vesuvio è entrato in uno stato di quiescenza o riposo. Questo, tuttavia, non è indice di tranquillità definitiva, anche perchè negli ultimi anni si sono succeduti diversi terremoti di lieve entità nella zona flegrea, indice che c’è ancora dell’attività nella camera magmatica del vulcano. L’attività sismica del Vesuvio ha iniziato ad aumentare sensibilmente nel 1999, anno in cui si sono verificate scosse di terremoto di magnitudo 3: scosse che sono state avvertite anche dalla popolazione locale. Negli ultimi anni, però, l’allerta è aumentata: se prima il grado di allerta dei vulcanologi era verde, adesso è passato al giallo. Sopra a questo, troviamo solamente il grado rosso: la massima allerta e pericolosità. Questi dati non possono farci stare tranquilli anche se non riusciamo a calcolare o prevede al 100% la prossima eruzione, ma sappiamo non poco e di certo sappiamo che è meglio prevenire che curare. Quando preparai la mia tesi in Vulcanologia per il prof. Lorenzo Casertano, noto anche per curare la pagina scientifica del Corriere della Sera, mi appassionai a comprendere, in particolare, le previsioni degli eventi naturali sismi e vulcani. In precedenza tali eventi spesso distinti, li avevo studiati in Geografia con i Proff. Ugo Moncharmont, in Geografia Fisica con Ludovico Brancaccio, in Mineralogia con A, Scherillo e in Geologia con G. Scandone, ma li avevo poi continuamente aggiornati con letture di Le Scienze e pagine scientifiche di riviste e Quotidiani italiani e stranieri oltre i libri di testo e similari. I terremoti e i vulcani alimentano molto la fantasia ed il magico dell’Homo sapiens, ma sono normalissimi fenomeni naturali ed universali dei corpi celesti come la Fisica galileana in particolare ci insegna.

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