PIEDIMONTE MATESE. L’identità perduta: le ultime notizie sul declassamento dell’Ospedale non sono che l’ultima presa d’atto di una incapacità politica locale.

“Nostalgia del passato? Assolutamente. Solo preoccupazione per il lento ma inesorabile declino cui è condannata questa meravigliosa Città e questo “fior” di territorio”.

di Mario Martini

​Le ultime notizie sul declassamento dell’Ospedale AGP di Piedimonte Matese non sono che l’ultima presa d’atto di una incapacità politica locale, estesa all’intero territorio, che ha relegato, e relega, Piedimonte e il Matese al ruolo di “cenerentola” dell’intera regione, in generale, e della provincia di Caserta, in particolare. Un discorso a caduta libera che va avanti da tanto tempo, troppo!, a cui nessuno ha saputo, o voluto?, mettere riparo. Ma andiamo con ordine.

Dai fasti del passato…

Centro industriale e commerciale di notevole interesse già nel XIII sec. Lana e panni, carta, pelli, cotoni e rame e poi l’elettricità e la tela. L’industria dei panni acquista fama universale dal XVI al XVIII sec. quando l’Imperatore d’ Austria, Carlo VI – che concede il titolo di Città a Piedimonte il 24 dicembre 1730 – la ritiene superiore per qualità a quella olandese ed inglese e vi veste i suoi soldati.

Nel 1775, Ferdinando IV, apprezzando la bontà dei suoi prodotti agricoli (vino, olio e frutta, specialmente) emana un bando a protezione di un fondo dove vi si producono: “…Banno e Comandamento da parte della Gran Corte della Vicaria col quale si fa noto a tutte e qualsivogliano persone di qualunque grado e condizione si sia che da oggi avanti e dopo la pubblicazione del presente non ardiscano né presumano di passare né ripassare dentro la masseria di moggia ventisette circa vitata fruttata ed olivata di D. Angelo Pertusio sita nelle pertinenze della Città di Piedimonte nel luogo detto di Monticello tanto di notte quanto di giorno con lume e senza né a piedi né a cavallo né carri carrette o some né in quella introdurvi veruna sorte di animali né cogliere frutti così acerbi che maturi né rompere frasche di alberi fruttiferi o infruttiferi né rompere vadi o siepi né in quella farci veruna sorta di danno sotto pena di ducati cinquanta per ciascheduno contraveniente…”.

Dalle “istantanee di metà ‘800”: “Piedimonte. Città al piè del Monte Cila, d’aria buona… Scorrono da’ suoi lati due grandi Capidacqua con nome di Torani, abbondanti di trotte, che formano rapidamente varie fontane: col beneficio delle medesime vi si trovano fabbricate più cartiere, ramiere, molini, trappeti, e valcherie per le fabbriche de’ panni. È rinomata per gli eccellenti vini palagrelli, e preziosoi olj, che vi si fanno…”.

Dello stesso periodo questo “A manuale per i viaggiatori in Sud Italia – interamente rivisto e corretto SUL POSTO”, edito a Londra, Parigi, Firenze, Roma e Napoli: ”… Il torrente che esce da una caverna nel burrone chiamato il magnifico Val d’Inferno dovrebbe derivare le sue acque chiare, frizzante, e abbondante dal lago del Matese da canali sotterranei. Fornisce, con gli altri torrenti della valle, e trasforma la carta vari, farina, follatura, mulini e rame. L’olio locale è tenuto in alta fama, e uno dei vini ha una celebrità locale sotto il nome di Pallagrello…”.

Dal Dizionario corografico-universale dell’Italia – Volume quarto – parte prima – Reame di Napoli compilato Da parecchi Dotti Italiani e pubblicato nel 1852 in Milano: “… E’ feracissimo in granaglie di ogni specie, in legumi, ortaggi, in gran copia per la abbondanza delle acque che lo irrigano. Si aggiungono a questi, i lini, le canape, le frutta di ogni maniera, l’olio di buona qualità, che sono tante fonti di ricchezza per gli agricoltori. Ottimi poi sono i vini; rarissimo è il così detto pellagrello di Piedimonte, e squisitissimo il sapore. Nelle parti montuose si trovano vaste boscaglie di faggi, aceri, cerri ed olmi… Fra le cose che i viaggiatori stranieri ammirano in questa città è la bella dentatura degli abitanti, il che forse proviene dalla bontà della loro acqua. Parlano anche benissimo. Le cose volgari vengono espresse dagli istessi contadini con molta grazia, e può dirsi anche con poesia.
Piedimonte è una delle città più manifatturiere del Regno. Vi sono fabbriche di varie specie, che impiegano una grande quantità di operaj. Dai suoi lanifici esce principalmente quel panno, che dicono peloncino, di buona qualità ed’ogni colore. Qui vi si incominciò per la prima volta nel Regno, a perfezionare il modo di filare i lini, per avere delle buone tele, essendosi raccolta in grandi fabbriche una colonia d’operaj, alla cui testa si pose un abilissimo mercatante della patria industria benemeritissimo.
Notevoli assai più de’ lavori di lino e di lana sono quei di cotone. Questa industria di Piedimonte è condotta in fabbriche degne del nome che hanno. Esse meritano la pubblica attenzione sì per la finezza del filo, che pel tessuto nelle pubbliche mostre. Trentasei filatoj nel 1846 davano quattro mila dugento settantacinque cantaja l’anno di cotone filato sino ad alto numero; vi hanno macchine da torcere i filati, da incannare gli orditi, mezzi da imbianchire i tessuti, mangani da apparecchiarli, una tintoria, un chimico laboratorio. Sonovi in movimento cinquecento telaj che tessono in ogni anno trecento mila pezze di tela bambagina, o lina di nove a venti canne ciascuna, ed infine la introduzione della macchina di Jacquard vi ha molto migliorato i tessuti…”.

… al buio dei tempi nostri

Partiamo “dalla bontà della loro acqua” di cui sopra. Il 7 maggio 1963, un omino basso e quasi calvo, calato dalla capitale, si prese l’acqua del Torano e promise che lo Stato (il ladro d’occasione) avrebbe pagato a favore di Piedimonte (ancora d’Alife) una cambiale! Amintore Fanfani, l’omino, era in buona compagnia (Giovanni Leone e Giacinto Bosco e tante autorità locali) e noi piedimontesi, creduloni, applaudimmo fino a spellarci le mani.
L’acqua, bene pubblico, se la son presa e noi, creduloni per la seconda volta, aspettiamo che qualcuno paghi quella cambiale…

Inizio degli anni Settanta. Si fa la guerra (giusta e santa) alla Montecatini per riprendersi i terreni di Bocca della Selva ricco di bauxite (ma il colosso chimico aveva già deciso di non estrarla per una questione di costi) per farne una grande stazione sciistica e, quindi, sviluppare il turismo a mo’ di Campitello! Addirittura si costituì una srl (mi fare questa fosse la forma) per la sua gestione. Utopia! Bocca della Selva, a detta degli esperti, è una delle montagne più umide d’Europa (udite, udite!) e quindi la neve pur se cade, tranne l’eccezionalità, non regge. Neve o non neve, i risultati si sono visti e si vedono: dove sta il turista?
Il Parco, altra occasione perduta. Il Parco è ricchezza, così dicevan tutti: ma dove? Uno dei suoi Commissari, che d’esperienza di parchi ne aveva da vendere, soleva ripetere che ai nostri amministratori interessava solo e soltanto una “poltrona” nel Consiglio, per il resto… Si sono spesi dei soldi, tanti, addirittura si andò a Roma a presentarlo. Peccato che nessuno abbia capito che se i comuni, soprattutto piccoli come quelli del Matese, se non camminano all’unisono non vanno da nessuna parte. E’ vero che ci sono tarantelle, fiere e prodotti da consumare, ma il risultato? Possiamo dire che qualcuno sul Matese vive solo di turismo? Una volta si salvava San Gregorio, ma purtroppo Michelangelo Della Paolera, l’unico capace di convogliare tanta gente sui nostri monti, ci ha lasciato bruscamente e da tanto tempo.
La guerra distrusse il vecchio cotonificio, se ne costruì un altro che riuscì a dare lavoro fino a oltre settecento operai. Chiuso pure quello.
La linea ferroviaria sempre in uno stato pietoso, il servizio (a detta di chi ancora ne usufruisce) lascia a desiderare. Ci presero in giro con i lavori di elettrificazione, poi sospesi. Anzi circolò voce che Mastella aveva dirottato i fondi sulla Caudina e se ciò corrisponde a vero plauso per lui capace di tanto, mentre i nostri sono rimasti a guardare.
Anni fa, mi raccontava un capostazione locale, il Prefetto convocò una riunione per discutere, e cercare di risolvere, i problemi dell’alifana: tutti presenti i rappresentanti dei lavoratori, tutti assenti i sindaci dei comuni interessati.
Uno alla volta se ne sono andati i servizi, (Uffici ENEL, Equitalia, INPS, anche se è rimasto qualche sportello). E poi il Tribunale, e chissà come va a finire con i Carabinieri. Per non parlare di Palazzo Ducale, Museo, Mascagni, Piano Regolatore e Bilanci… in rosso. Problemi irrisolti e responsabilità da ripartire tra tutte le amministrazioni che fin qui si sono succedute, ovviamente chi più e chi meno. Sarebbe interessante metterli tutti a confronto.
Mi auguro che comitati e movimenti di protesta diano i frutti sperati: ma non sarebbe stato meglio prevenire anziché curare (ammesso che la cura dia i frutti sperati)? Ho l’impressione che l’abbattimento della ciminiera del vecchio cotonificio di Piazza Carmine, avvenuto nel 1973, si sia portato dietro tutto quello che di buono ha saputo fare e sa fare la nostra Città.
Nostalgia del passato? Assolutamente. Solo preoccupazione per il lento ma inesorabile declino cui è condannata questa meravigliosa Città e questo “fior” di territorio.

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