Quale autonomia scolastica nel Veneto e prove Invalsi. Nel Sannio casertano la scuola di base funziona meglio della Campania.

In regioni come la Campania o la Calabria, quasi il 50% degli studenti non raggiunge il livello richiesto, che comporta saper individuare informazioni fornite esplicitamente all’interno di un testo, ricostruire il significato di una parte…

di Prof. Giuseppe Pace (VSeg. Provinciale Partito Pensionati Padova con delega scuola in Veneto)

Inutile negarlo, esiste un diverso sentire ed approccio dei problemi scolastici tra il nord e il sud del nostro comune Paese anche nel medesimo partito: ad esempio i grillini e il piedissini settentrionali, sono favorevoli all’autonomia regionale della scuola, contrari sono i 5S e Pd del centrosud. I due vice del primo ministro Conte, Di Maio e Salvini, prendono tempo sull’autonomia regionale scolastica e rimandano. Mancano, a mio parere, degli esperti proponenti l’ autonomia regionale differenziata e funzionale per un miglioramento della qualità dei servizi come quello scolastico. In Veneto l’autonomia differenziata anche per l’istruzione deve poter significare una maggiore libertà di scelta dell’utenza sia del personale sia della scuola che del servizio offerto. Oggi mancano esperti, non troppo di parte, che illustrino alla società i problemi connessi alla regionalizzazione differenziata. Regionalizzare, nel modo che si intravvede, la scuola in Veneto è sbagliato perché non bon basta il solo semplice aumento di stipendio di docenti ed Ata, quasi 70mila in Veneto su 600mila studenti, ma una riforma sostanziale con crescita delle responsabilità e qualità connessa all’aumento dei compensi, se meritati. Solo ai presidi verrebbe concessa la doppia scelta di restare statale oppure optare di essere regionalizzato. Tra i quasi 5milioni di residenti in Veneto, c’era il primato nazionale, con oltre il 16%, di scuole non statali. Da ciò potrebbe iniziare una regionalizzazione non formale, ma sostanziale con aumentare la presenza di scuole libere, non pubbliche. Bisogna studiare bene il da farsi e soddisfare elementari diritti dell’utenza scolastica ed universitaria: scelta della scuola pubblica o libera, del docente della classe, del dirigente di provenienza non più statale ma dalle professioni culturali libere con contratti triennali rinnovabili o meno dal comitato genitori, ecc. Invece il Veneto va a Roma, con i suoi nuovi rappresentanti leghisti carichi di belle speranze di autonomia subito e tornano delusi dando la colpa ai meridionali Grillini e Pd. La colpa è anche dell’approssimazione veneta, almeno per la scuola. Ma vediamo la cronaca che i media riportano sull’autonomia voluta dal nord: “Ancora un nulla di fatto sull’Autonomia. Recente vertice di governo è terminato senza un’intesa. Discutiamo di autonomia regionale come se fosse la fine dell’unità nazionale e una specie di secessione dei ricchi. Il giorno in cui la realtà tornerà al centro del dibattito pubblico sarà un gran giorno, per l’Italia. “Questa autonomia sta diventando un’agonia”, sbuffa L. Zaia, dando voce all’impazienza del “suo” Veneto e della Lombardia “di” A. Fontana, pure lui sempre più insofferente ai continui rinvii a data da destinarsi. “Se questo governo non vuole più farla, la farà qualcun altro”, minaccia Zaia. Parlando ai grillini, certo, ma forse sperando che anche M. Salvini intenda: quella battaglia, per la Lega, è irrinunciabile. Gli risponde l’onorevole di FI patavino, Marco Marin, che l’autonomia era una richiesta azzurra, i leghisti chiedevano, anni fa, la secessione. Sulla scuola Forza Italia dovrebbe essere più presente nel proporre ricette liberiste moderate di cui era, e dovrebbe essere, il più autorevole portatore. Quando scrivo sui media rilevo l’esistenza del “Meridionalismo piagnone” (le colpe del mancato sviluppo sono di altri ed in particolare del settentrione) che annovera, purtroppo, la maggioranza degli studiosi del Sud. Esiste però anche il “Settentrionalismo piagnone” (i ritardi di sviluppo sono da ascrivere allo stato meridionalizzato e al sud sprecone) che sta crescendo al Nord e al Nord-Est in particolare dove il leghismo, a torto o a ragione, è ai massimi di consenso elettorale come lo era la DC dorotea che aveva il supporto dei patronati e dei vescovi, che oggi, pare, non abbia più in modo consistente dappertutto in Veneto, terra di Papi. Anche nei concorsi di reclutamento dei dirigenti scolastici ci sono irregolarità, giustamente condannate dal Tar del Lazio, che ha annullato il concorso per dirigenti scolastici. Il divario Nord-Sud aumenta e regionalizzare, in modo differenziale, ma armonizzato, la scuola al settentrione non è proprio facile come la Lega ed altri vogliono far credere solo per accrescere ancora il consenso elettorale, che è diventato nazionale con Salvini pensiero. La fuga da Roma, che controlla il sistema Italia, non è un prodotto storico leghista soltanto, la Storia insegna le tante spinte centrifughe e centripete del passato. Tra Nord e Sud, ancora una volta, il dialogo non è sulla medesima lunghezza d’onda, ma ciò non è una novità da secoli e non solo dall’unità nazionale! Dal 2000, a seguito della Legge n. 59/1997, alle istituzioni scolastiche è stata riconosciuta personalità giuridica (cioè potere proprio di azione) e autonomia. A capo di ciascuna istituzione scolastica è preposto un Preside che si avvale della collaborazione di un Segretario con diversi impiegati. Con apposito Regolamento (cfr. DPR 275/1999) sono state definite le forme e i contenuti dell’autonomia di cui godono le istituzioni scolastiche: autonomia didattica (le istituzioni scolastiche regolano i tempi dell’insegnamento e dello svolgimento delle singole discipline e attività…) autonomia organizzativa (le istituzioni scolastiche adottano modalità organizzative che siano espressione di libertà progettuali…) autonomia di ricerca, sperimentazione e sviluppo (le istituzioni scolastiche esercitano l’autonomia di ricerca, sperimentazione e sviluppo…) funzioni amministrative di gestione (le istituzioni scolastiche provvedono all’amministrazione, alla gestione del bilancio e dei beni). Le delibere delle istituzioni scolastiche, proprio in forza dell’autonomia, non sono soggette ad approvazione da parte di organi di controllo superiore, ma tutti gli atti amministrativi sono sottoposti alla verifica del collegio dei revisori dei conti, funzionante presso la scuola. Ogni istituzione scolastica predispone il Piano dell’offerta formativa (Pof), che è il documento costitutivo dell’identità culturale e progettuale ed esplicita la progettazione curricolare, extracurricolare, educativa ed organizzativa di ogni scuola. Il Pof è coerente con gli obiettivi generali ed educativi dei diversi tipi e indirizzi di studi determinati a livello nazionale. In realtà il Pof è stato un ulteriore teatrino di belle parole, spesso copiate da un Pof scritto meglio. Dunque dallo Stato all’autonomia sbandierata la scuola è peggiorata. Resta ora di aprire le porte ai responsabili in prima persona, i genitori che tramite leggi regionali possano selezionare e assumere e licenziare personale scolastico nei modi e forme ben legiferati dal parlamento nazionale e consigli regionali. Non è un salto nel buio è un procedere nel nuovo e non continuare così con presidi solo burocratizzati e non più con classi ed ore da insegnare come avviene all’estero anche europeo. Nella scuola non di stato il rapporto docente e dirigente con l’utenza è diverso, meno burocratizzato e più diretto con il discente e genitori. Anche quando si parla di scuola, l’Italia viaggia a due velocità. Da una parte ci sono le regioni del Nord e soprattutto del Nord Est, in grado di promuovere negli studenti, in modo più o meno omogeneo, il raggiungimento dei livelli di competenze richiesti dalle Indicazioni nazionali. Dall’altra regioni come la Campania, la Calabria, la Sardegna che invece faticano a mantenere il passo. E’ il ritratto impietoso restituito dal Rapporto sulle rilevazioni nazionali 2018 presentato dall’istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione. Una mole di dati prodotti nel corso dei mesi passati da un milione e centomila di studenti italiani della scuola primaria (seconda e quinta elementare), 570 mila studenti della scuola secondaria di primo grado (terza media) e circa 550 mila studenti della scuola secondaria di secondo grado (secondo anno di licei e istituti tecnici e professionali). La novità di quest’anno è rappresentata dalla presenza della prova di inglese, lettura e ascolto, che si basa sul Quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue. Ed è proprio in questo ambito che si registrano le differenze più marcate tra le diverse aree geografiche. “Per quanto riguarda l’ultimo anno delle elementari – commenta Roberto Ricci, responsabile Area Prove dell’istituto – il quadro è abbastanza omogeneo: il 90% circa dei bambini di quinta raggiunge il livello A1 nella lettura, mentre è di poco inferiore la percentuale di quelli che raggiungono il livello previsto nella prova di ascolto”. E’ vero, nell’area che comprende le regioni meridionali e le isole gli studenti che sono al di sotto del livello previsto (pre-A1) sono il 30%, rispetto al 20% delle regioni settentrionali e centrali, ma il gap potrebbe ancora essere colmato. Cosa che invece non avviene. Anzi, la forbice si amplia negli anni successivi. In terza media, quasi il 70% degli studenti delle regioni del Sud Italia non è in grado di capire all’ascolto un testo inglese (la media nazionale in questa fascia d’età è del 43%), e oltre il 40% non è in grado di interpretare un testo scritto in inglese (la media nazionale è del 25% circa). Raggiungono il livello A2, cioè quello previsto, oltre il 70% dei ragazzi delle regioni del Nord Est, rispetto a una media nazionale del 56. “Sarebbe però ingiusto pensare alla scuola media come all’anello debole – sottolinea Ricci – perché in questi anni si manifestano in modo più marcato le differenze che si sono cominciate a sedimentare negli anni delle elementari”. Sbaglia chi pensa che si tratti solo un problema di sapere o meno l’inglese. E’ invece un problema di equità. “Quello di equità è un concetto complesso e che può essere considerato da vari punti di vista”, si legge nel rapporto, “ma uno dei suoi aspetti è l’eguaglianza di trattamento, intesa come la capacità del sistema d’istruzione di offrire agli alunni le stesse condizioni di insegnamento-apprendimento almeno nel tronco comune dell’itinerario scolastico, che in Italia corrisponde alla scuola primaria e alla secondaria di primo grado”. E allora accade che già a partire dalla seconda elementare, nel Mezzogiorno la scuola fatichi di più a garantire uguali opportunità a tutti. La differenza dei risultati tra le scuole e tra le classi nel Sud del paese è molto più accentuata che al Centro-nord. E questo indica una tendenza maggiore a formare classi in cui si concentrano allievi più bravi e più avvantaggiati, e classi con allievi più svantaggiati o con livelli di apprendimento meno soddisfacenti. Non solo scuole di serie A e scuole di serie B, come del resto è sempre accaduto ovunque, ma classi di serie A e classi di serie B anche all’interno dello stesso istituto. Il Nord est è invece l’area in cui il sistema scolastico appare relativamente più equo in confronto al resto d’Italia: minore variabilità tra scuole e tra classi delle elementari. Il panorama non è molto diverso se si vanno a esaminare i dati relativi alle prove di italiano e matematica di terza media. Anche in questo caso, seppure in modo meno marcato, gli studenti che raggiungono il livello 3 (su cinque livelli), considerato adeguato/sufficiente per quella fascia di età, sono in media il 66% per quanto riguarda l’italiano, con di nuovo una forte variabilità tra Nord e Sud. In regioni come la Campania o la Calabria, quasi il 50% degli studenti non raggiunge il livello richiesto, che comporta saper individuare informazioni fornite esplicitamente all’interno di un testo, ricostruire il significato di una parte di testo aiutandosi con elementi come la punteggiatura o le congiunzioni, cogliere strutture come titoli, capoversi, paragrafi e conoscere le strutture di base della grammatica. Per la matematica la situazione sembra anche più grave: sul territorio nazionale il 40% dei ragazzi di terza media non raggiunge livelli sufficienti, ma al Sud il dato sale fino al 60%, mentre buoni risultati sono quelli di Trentino, Veneto, Friuli Venezia Giulia. Nell’istruzione superiore (licei, istituti tecnici e professionali) lo schema si ripete quasi identico: nelle prove di italiano il Nord est si posiziona sopra la media, il Sud mostra un affanno preoccupante. Nelle prove di matematica, il 70% degli studenti trentini è sopra la media nazionale, oltre il 75% di quelli calabresi mostra risultati inferiori alla media. Una differenza che può essere riassunta in un’immagine: è come se, spiega ancora Ricci, un alunno trentino avesse frequentato un intero anno scolastico in più, rispetto a un calabrese.“Chi non raggiunge le competenze richieste è di fatto privato di un diritto”, conclude Anna M. Ajello, presidente dell’Istituto di valutazione. Ma al di là delle misurazioni statistiche, sta alla politica trovare gli strumenti e le risorse per garantire l’equità agli studenti in ogni parte della penisola. Nel mio saggio dedicato alla futura regione Sannio scrivevo che le prove di valutazione degli studenti non danno un’idea realistica tra la preparazione nel Sannio casertano e il resto del territorio campano più popolato e con più abbandono scolastico, nel primo territorio è più alta la preparazione scolastica. Ma ritorniamo a regionalizzare o meno la scuola. La scuola regionale pubblica potrebbe tradursi in una peggiore qualità dell’esistente statale. Potrebbe verificarsi un’involuzione dei rapporti tra controllati-docenti ed Ata- e controllori “politicizzati” degli uffici scolastici regionali, provinciali, presidi e ispettori regionali veneti. Sappiamo tutti come i politici si fanno strada nel sottobosco delle nomine degli Enti Locali, molto più difficile è se a farle c’è una competizione non solo locale senza parentele biologiche e politiche e nepotismi connessi possibili. Anche se il docente (idem per il dirigente della scuola, l’ispettore e i dirigenti degli uffici scolastici regionali e provinciali), non locale garantisce maggiore imparzialità bisogna fare i conti con il sistema economico sociale locale di cui la scuola è espressione. I mass media non devono essere il regno degli ordini professionali- voluti in epoca fascista- dell’informazione. L’informazione deve essere liberata per il bene del cittadino, oggi disinformato ad arte. E’ bene che a scrivere sia chiunque abbia qualcosa di reale e di vero da dire. Sulla scuola si assisterà all’ennesima riforma mancata o miniriforma peggiorativa, purtroppo. Intanto non passa inosservato l’allarme psichiatrico con la documentata testimonianza con la quale il dottor V. Lodolo D’Oria, noto esperto italiano di malattie professionali degli insegnanti, dice che l’80% delle inidoneità all’insegnamento per motivi di salute è dovuto a disturbi psichiatrici: non alla scadente preparazione professionale. Oltre 600 mila docenti attivi, l’80% cioè 480mila, sarebbero stressati. Peccato che l’esperto di neuroscienze non ha fatto l’indagine anche per i circa 300 mila Ata. Chissà se risulterebbero stressati anche loro dall’ambiente scolastico? Altro che regionalizzare lo statale della scuola, ci vuole altro e di nuovo come le scuole libere: sia dallo Stato, anonimo, che dall’Ente Locale, Regione, pressappochista.

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