Donne violente. Si fa giustizia da sé contro il marito: il tribunale le toglie la figlia e la casa.

La donna cambia la serratura dell’abitazione lasciando fuori di casa il coniuge… un modo di farsi giustizia da sé: il Tribunale dispone che la donna lasci immediatamente casa e la bambina rimanga collocata assieme al padre in quell’appartamento.

Da leggere il comportamento della donna, focalizzata sul conflitto con il coniuge a discapito dei prioritari interessi della figlia, che ha indotto il tribunale (nona sezione civile, presidente Fulvia De Luca) a collocare la bambina presso il padre, assegnandogli la ex abitazione coniugale.

In questo caso la cronaca giudiziaria offre lo spunto per tornare ancora una volta sulla questione della casa familiare, terreno di scontro feroce da sempre. Rimane stupita la cronista, che scrive: “Una decisione abbastanza singolare che ribalta la consuetudine di lasciare la casa alla madre. Ancor più in questo caso che la madre ne è la proprietaria”.

NB – notare la foto di repertorio. Non è esattamente così, la casa non viene lasciata alla madre “per consuetudine” inquantodonna; la ex abitazione familiare viene data in assegnazione al genitore col quale i figli convivono.

La consuetudine semmai è quella di collocare sempre i figli presso la madre, che quindi insieme ai figli ottiene anche la casa. È una misura, almeno formalmente, che garantisce alla prole il diritto alla stabilità abitativa, criterio prevalente rispetto a qualsiasi altro compresa l’esigenza abitativa del padre che la casa deve lasciarla.

Almeno formalmente dicevamo, perché in pratica è un vantaggio non solo logistico ma soprattutto economico garantito a chi “vince” i figli in tribunale; termine cinico, ma purtroppo specchio della realtà. Le statistiche di affidamenti e collocamenti parlano chiaro da 40 anni: i figli stanno prevalentemente con le madri.

Il criterio inviolabile del diritto al mantenimento del contesto abituale – abituale per la prole, non per la madre – fa si che milioni di padri negli anni abbiano perso la propria casa, anche se acquistata con le proprie risorse prima del matrimonio, anche se acquistata dai genitori e donata al figlio, anche se ereditata, anche con un mutuo ancora da estinguere.

Nonostante la cronista si stupisca “ancor più in questo caso che la madre ne è la proprietaria”. Tranquilla, se è proprietaria lo rimane, l’assegnazione lascia invariato il titolo di proprietà.

L’aspetto singolare è l’elasticità del diritto dei minori che, curiosamente, segue sempre i desideri del genitore prevalente (affidatario prima della riforma del 2006, collocatario dopo). Se il genitore che ottiene il collocamento dei figli ha interesse a rimanere nella ex casa coniugale la otterrà in ragione del diritto dei minori a non spostarsi di un millimetro. Se invece ha interesse a cambiare quartiere, città, regione, stato o persino continente, potrà farlo portando i figli con sé poiché il diritto dei minori cambia e diventa quello di non separarsi dal genitore prevalente. Questione annosa e piena di contraddizioni, trattata dettagliatamente nel libro “Perché i giudici non sono bambini” del 2003, prima della riforma sull’affido condiviso. Sono passati vent’anni, ma non è cambiato nulla.

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