PIANA MONTE VERNA. La voce dei comuni sui beni confiscati: il punto di Stefano Lombardi, neo-coordinatore ANCI Campania per l’ambito strategico beni confiscati alla camorra.

“portare la voce dei Comuni campani nei luoghi in cui si decide sul patrimonio confiscato: Regione e suo Osservatorio, Prefetture, Agenzia nazionale e soggetti che programmano le risorse, laddove, troppo spesso, i Comuni arrivano a questi tavoli singolarmente e con esigenze differenti”.
Stefano Lombardi, sindaco di Piana di Monte Verna e neo-coordinatore di ANCI Campania per l’ambito strategico dei beni confiscati alla camorra, già membro dell’Osservatorio regionale sui beni confiscati. Il primo cittadino chiarisce subito che «una delega ANCI non attribuisce poteri gestionali, ma ha una funzione di rappresentanza, raccordo e impulso». Tra i compiti, quello di «portare la voce dei Comuni campani nei luoghi in cui si decide sul patrimonio confiscato: la Regione e il suo Osservatorio, le Prefetture, l’Agenzia nazionale e i soggetti che programmano le risorse, laddove, troppo spesso, i Comuni arrivano a questi tavoli singolarmente e con esigenze differenti».
Il secondo compito riguarda il supporto operativo, «fornendo agli enti, in particolare quelli più piccoli, modelli di regolamento e di avviso pubblico, schemi di convenzione con il terzo settore, assistenza nelle manifestazioni di interesse, formazione per gli uffici e accompagnamento nella ricerca delle fonti di finanziamento». Poi, c’è una funzione di conoscenza e monitoraggio: «occorre sapere quanti beni sono presenti, in quali condizioni si trovano, quanti sono realmente utilizzati e quanti, invece, risultano assegnati soltanto sulla carta». Infine, vi è una funzione di proposta istituzionale: «rappresentare a Regione e Governo i punti nei quali il sistema si blocca e avanzare soluzioni fondate sull’esperienza concreta degli amministratori locali».
I comuni campani, del resto, si trovano di fronte a non poche difficoltà. La prima è il tempo, poiché «tra il sequestro e la consegna effettiva al Comune passano anni, il bene arriva quando è già deteriorato, a volte occupato, e quello che era una villa o un capannone produttivo diventa un rudere da mettere in sicurezza». Poi, vi sono le condizioni giuridiche e materiali, «con immobili in tutto o in parte abusivi, non accatastati, indivisi con quote di terzi estranei, gravati da ipoteche o da diritti di creditori in buona fede: sono beni che sulla carta valgono e nella realtà non sono utilizzabili senza un contenzioso o una sanatoria, ma un ufficio tecnico di un Comune sotto i cinquemila abitanti non ha gli strumenti per districarsi».
Ancora, gli oneri: «custodia, messa in sicurezza, utenze, spese condominiali, tributi, a volte bonifiche ambientali, sono costi che ricadono su bilanci fragili che, talvolta, conducono a un paradosso: un Comune può trovarsi a rinunciare a un bene perché non può permettersi di riceverlo». Del resto, spesso manca la capacità progettuale: «le risorse per il riutilizzo esistono, ma richiedono progettazione, cofinanziamento, rendicontazione, personale dedicato, mentre i Comuni che ne hanno più bisogno sono quelli meno attrezzati per intercettarle». Infine, quando il bene è assegnato, «servono soggetti gestori strutturati e un modello economicamente sostenibile, altrimenti dopo due anni il bene torna chiuso».
Per il futuro, Lombardi ritiene che si debba cambiare il modo con cui si misurano i risultati, ponendo come indicatore il numero dei beni effettivamente utilizzati a distanza di alcuni anni, insieme alla loro capacità di produrre servizi, inclusione, lavoro, cultura e partecipazione». Poi, bisognerebbe «costruire reti regionali per tipologia e vocazione dei beni, superando i soli confini comunali». Infine, «occorrono risorse stabili e accessibili non soltanto per la ristrutturazione, ma anche per la progettazione, la messa in sicurezza, le bonifiche e l’avvio della gestione».







