AILANO. Corruzione, la Corte di Cassazione annulla la condanna per l’imprenditore Giovanni Malinconico: tutto da rifare dopo 5 anni di indagini della Dda.
Non solo corruzione le accuse al Malinconico, ma anche concorso esterno in associazione camorristica per aver favorito il clan dei casalesi.
Tutto da rifare. E quanto emergerebbe dalla sentenza della Suprema Corte di Cassazione con sede in Roma, ultimo grado della giustizia ordinaria in Italia, dopo il primo grado e l’appello. L’imprenditore Giovanni Malinconico, difeso dagli avvocati Giuseppe Stellato, Arricò e Garofalo, e coinvolto in uno scandalo di corruzione ed intrecci tra politica ed affari, in particolare nella zona di Villa Literno con l’ex consigliere regionale del Pd, Enrico Fabozzi, è stato scagionato dall’accusa formulata dalla Corte d’Appello, annullando di fatto le condanne a 4 anni e 6 mesi di reclusione per lo stesso Malinconico. Nuovo processo in appello, dunque, dopo 5 anni di lavori portati avanti minuziosamente dalla Dda, quella Direzione distrettuale antimafia che aveva indicato l’imprenditore matesino, in qualità di rappresentante della società capogruppo dell’Ati, capace di produrre artifizi pur di vedersi aggiudicate gare d’appalto. E uno dei destinatari dei suoi “favori” era stato proprio il Fabozzi, allora Sindaco del Comune di Villa Literno (si candidò al consiglio regionale nelle fila del Pd e venne eletto: nella rosa dei sette candidati c’era anche il primo cittadino di Piedimonte Matese, Vincenzo Cappello). Obiettivo del Malinconico, secondo l’accusa, era il “Programma integrato di riqualificazione urbana ed ambientale” che prevedeva un importo a base d’asta di circa 13milioni e 600mila euro. La tesi della difesa è stata quella della costrizioni, a cui Malinconico era soggetto per poter lavorare.







