Alfredino Rampi, alcuni ricorderanno che tirò fuori dal pozzo, nel 1981, il cadavere del bimbo di 6 anni: morto il minatore Martinozzi che tentò di salvarlo.

Alfredino

È morto a 77 anni a Massa Marittima (Grosseto), Torello Martinozzi, caposquadra dei minatori maremmani che furono inviati nel 1981 a Vermicino per recuperare il corpo di Alfredo Rampi, il bambino caduto e morto in un pozzo profondo oltre 60 metri. Torello, minatore di Gavorrano, allestì una squadra e si calò il 4 luglio, dopo che il 10 giugno il piccolo Alfredo era caduto nel pozzo. Fu proprio lui a raggiungere il corpo del piccolo, dopo che la sua squadra aveva scavato una galleria parallela. La vicenda ebbe una grande risonanza mediatica e tenne in apprensione tutta l’Italia. Per giorni la tv trasmise il dramma in diretta. Trentatreé anni fa, dunque, la tragedia a Vermicino quando il piccolo Alfredo Rampi, 6 anni, cadde in un pozzo. Per giorni la tv trasmise in diretta il dramma. Fu chiamata una squadra di minatori della Solmine di Gavorrano per scavare il tunnel parallelo che permettesse di raggiungere e recuperare i resti del bambino. Verso la mezzanotte del 10 luglio, la squadra di turno trovò una bolla di terreno ghiacciato. Erano tracce di azoto liquido. Si stavano avvicinando ad Alfredino e se ne accorsero anche dalle esalazioni. “I minatori che dovevano smontare – ricorda Torresi (stava manovrando il verricello) – restarono sottoterra per lavorare insieme a quelli del turno dopo. C’era la voglia di arrivare fino in fondo”. Dal diario di Torello Martinozzi: “Undici luglio. Ore sette del mattino. Dal pozzo in cui si trova il bambino cade del materiale e si scopre una gamba. Il recupero sembra imminente. Verrà effettuato intorno alle quindici”. A quel punto la magistratura dispone che siano i minatori di Gavorrano a riportare in superficie Alfredo Rampi. Toccherà a Spartaco Stacchini, che al tempo aveva 37 anni, separare il corpo del bambino dalla terra indurita dall’azoto liquido. “Quando arrivò in superficie era ridotto ad un blocco di ghiaccio – ricorda Torresi – fu un momento emozionante”. Molti piansero, guardarono quel che restava di Alfredo e pensarono ai loro figli. Il lavoro era finito. I minatori tornarono a casa a una settimana dal loro arrivo. Di lì a poco la cava che garantiva loro uno stipendio sarebbe chiusa, in molti avrebbero abbandonato il mestiere. Dei ventuno che recuperarono Alfredino oggi ne sono rimasti meno della metà. Il viaggio a Vermicino fu un goccia nel mare della loro vita ma resta la traccia di un ricordo vivo e anche se i minatori non parlano spesso di questa storia le loro pareti e i cassetti delle loro credenze sono pieni di foto e ritagli di giornale che li riportano a quel luglio di trentatré anni fa. “Se ci ho mai ripensato? Certo. Non mi toglierò più dalla mente quel piedino e i calzoncini rossi che affiorano dalla terra. Sono convito che se a Vermicino avessero mandato subito qualcuno che se ne intendeva – dice Martinozzi – la storia avrebbe avuto un finale diverso. Pastorelli avrebbe dovuto chiedersi per quale motivo il bambino si era fermato a trenta metri in un primo momento. Nella risposta c’era anche la soluzione per salvarlo. Invece, utilizzarono una trivella a percussione che scavava a neanche un metro dal pozzo artesiano di Alfredino. Lo fecero scivolare giù, a sessanta metri».

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  1. Gennaio 05, 13:00 Barbara di Leo

    avrebbero dovuto chiamare subito la squadra di minatori. erano loro i piu esperti col terreno. Non e’chiaro chi e come ha gettato lázoto liquido per conservare il corpo di Alfredo. Per ipotesi potrebbero averlo usato anche nel caso resinovich, senza lasciare tracce?

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  2. Settembre 27, 15:28 Alessandra

    La corda fu calata!! Lo dice il libro !! Non ho capito perché non viene narrato né nel film né nella vicenda ma solo sul libro ! Non ebbe successo perché il bambino era bloccato e non si potette attaccare….

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  3. Maggio 24, 15:39 Riccardo

    Si è fermato a 36 metri perché il pozzo era irregolare all’ interno, era pieno di spuntoni di roccia ma allo stesso tempo c’era anche della terra. Il pozzo non scendeva proprio dritto per dritto come un righello. Dice che la risposta al fatto dei trenta metri conteneva la risposta nel salvarlo perché non avrebbero dovuto usare nessuna trivella o battipalo, visto che a tratti il terreno era instabile, e per rompere il peperino (lo strato di roccia a 25 metri) avrebbero dovuto causare forti vibrazioni nel suolo che avrebbero compromesso di molto la stabilità del bambino (come poi è accaduto). Semplicemente, all’ inizio quando il bambino era ancora intrappolato a 36 metri, avrebbero già dovuto cercare volontari come Licheri o Caruso che scendessero ad imbragarlo. Invece i vigili del fuoco (e il loro capo) hanno inanellato un’ incompetenza dietro l’ altra. Prima hanno calato una tavoletta (potevano provare solo con una corda con un laccio, anziché un pezzo di legno che era inevitabile si incastrasse), e poi non hanno dato retta agli speleologi presenti (che li avevano messi in guardia sulla natura del terreno e sui rischi del pozzo parallelo) che sicuramente ne sapevano più di loro.

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  4. Aprile 27, 22:15 mattia

    ma quindi perché in un primo momento si era fermato a 30 metri

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  5. Ottobre 18, 21:55 Anonimo

    un fuerte abrazo a torello esté donde esté.
    muchos recordaremos siempres sus palabras “si nos hubieran llamado, Alfredino podría haberse salvado”.

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