ALIFE/ CAIAZZO / BOJANO. La religiosità intorno e sopra al Matese, la montagna sacra dei Sanniti.

Foto: Alife Sannitica, sacrati Pentri al Ver Sacrum di Bojano dove sacrati cattolici benedicono l’acqua di SM dei Rivoli.

di Prof. Giuseppe Pace (Socio Onorario Club “Ragno” di Bojano

Il colto Ingegnere, Luciano De Crescenzo, morto da poco tempo, affermava che il napoletano è politeista non solo cristiano monoteista e quando invoca l’onnipresente invoca”tutti i santi” oppure la Madonna, direi di derivazione sia dalla cultura religiosa romana che longobarda come ho scritto per il culto della Madonna al Castello di Letino. Sull’alto Matese la religiosità è cambiata più lentamente perché l’ambiente geostorico è più isolato e dunque con meno apporti del nuovo rispetto alle comunità civili, anche più grandi, viventi in periferia del massiccio montuoso. La religiosità è nell’Homo sapiens da almeno mezzo milione di anni. Nel neolitico essa si modifica e si elabora molto anche per il sorgere delle città, circa 12 mila anni fa, e l’addomesticamento degli altri animali. Con l’illuminismo del 1700 essa trova non pochi oppositori fino ad arrivare al secolo successivo con il filosofo C. Marx che la vede oppio dei popoli. Tutto lo scibile sembra nascere dai filosofi sia il male che il bene non sempre ben distinti. La filosofia è come una selva oscura dalla quale solo quelli bravi ne sanno uscire ed entrare. Trovare buoni filosofi è difficile, più facile è trovare persone di saperi diversi e scientifici in modo speciale. L’iniziazione cristiana è l’insieme della formazione, dei riti e dei sacramenti che si celebrano per diventare cristiani. Per l’Antropologia l’iniziazione cristiana rientra nei riti d’iniziazione conosciuti in tutte le culture e religioni. Il termine “iniziazione cristiana” deve la sua diffusione in modo particolare a Louis Duchesne che, nel 1889, dedica un capitolo alla iniziazione cristiana in un’opera che fu pioniera in questo campo. «Per mezzo dei sacramenti dell’iniziazione cristiana, gli uomini, uniti con Cristo nella sua morte, nella sua sepoltura e risurrezione, vengono liberati dal potere delle tenebre, ricevono lo Spirito di adozione a figli e celebrano, con tutto il popolo di Dio, il memoriale della morte e risurrezione del Signore (Ad Gentes 14). Nel secolo XX il tema iniziazione ha conosciuto un crescente interesse di studi antropologici, storici, teologici, liturgici e pastorali. Lo scrivente restò, in parte, sorpreso, circa 6 anni fa a Padova, quando il gentile ma deciso prete ci invitò a uscire dalla chiesa e nel rientrare, con la nipotina da battezzare, chiedere alla comunità presente di esservi ammessi. Mi sembrò un tuffo nel passato bimillenario dei cristiani. Per sviluppare il tema dell’iniziazione religiosa nel Sannio matesino, partirei con il rilevare che è molto interessante sapere la radice storica bojanese della benedizione dell’acqua in agosto, alla sorgente bifernina di Santa Maria dei Rivoli, a Bojano, dove in precedenza c’era il tempio romano dedicato a Venere. Studiare la Storia naturale e sociale richiede una passione soprattutto per esaminare il frequente confine misterioso del tempo della scintilla della nascente ragione, che separava l’uomo dalla stregua degli animali, soprattutto tra i Primati. L’attualità religiosa non deve essere esaminata solo attraverso la bibliografia storicistica, spesso superficiale, degli storici di professione e del sottobosco degli imitatori-pure sacrati- ma anche da altri saperi compresi quelli delle scienze naturali. Solo così anche il religioso attuale assume i contorni del dubbio che sono tipici della ragione mentre le certezze infondono non le verità ma il fanatismo, che nel Medioevo portava spesso al rogo di donne streghe e di eretici (come il colto il nolano, fra Giordano Bruno, che insegnò all’Università di Padova 3 secoli dopo Pietro d’Abano, accusato d’eresia e bruciate le ossa dopo morto). Non proprio a caso lo scrivente ha rappresentato per due volte, al Ver Sacrum di Bojano, il ruolo di Sacerdote Sannita. La prima volta per chiedere auspici, dalle viscere di un agnello sacrificale, alle divinità Sannite dove ubicare Bojano nell VIII sec,. a C.. La seconda per ammogliare 20 guerrieri Sanniti distintisi in battaglia e dopo pregare coralmente alzando le braccia al vicino Matese la Dea locale, propiziatrice di fertilità e d’acqua per le secche pianure matesine estive. La presenza dell’uomo intorno al sistema dei monti del Matese è attestata fin dal paleolitico inferiore come la paleosuperficie “La Pineta” d’Isernia di oltre 730mila anni fa con la più recente scoperta del dentino umano. L’epoca neolitica è testimoniata da pugnali di selce bruna rinvenuti a Telese, Letino, ecc.. Da oltre 30 secoli l’uomo, di certo, era anche presente vicino alla confluenza del Volturno col Calore, dove fu ubicata l’antica Telese, che cambia posto, almeno tre volte, sia pure di poche centinaia di metri. La Telese romana aveva 5 vie affluenti: l’Alife- Venafro a sinistra del Volturno, da Caiazzo e da Compulteria (forse Alvignano ) a destra del Volturno, da Benevento e dall’Appia a Galatia (Maddaloni). Telese possedeva lunghe mura, alte 7 metri, massicce 1,8 m con 5 porte. Da Telese e da Bojano partì, nel 321 a. C., l’esercito Sannita che umiliò le due legioni romane alle Forche Caudine poste nell’anfiteatro carsico di Cusano Mutri come descrive, minuziosamente l’ambiente, Tito Livio. Telese a differenza di Alife resistette alle lusinghe di Annibale nel 225 a. C.. Roma premiò Telese con il rango di urbs foederata, città alleata di Roma e la costruzione delle mura possenti ed una colonia di veterani augustei. A Telese c’era il culto di Ercole e l’ordo splendidissimus Telesinorrum, la splendidà nobiltà telesina insieme al benestante e decoroso popolo honestissimus populos Telesinorum. Tra le personalità illustri di Telese si ricordano: i Pontii, i Ponzi, fra cui Erennio, padre di Ponzio, quello che umilia i Romani alle Forche Caudine. Pontio telesino, morto nell’82 a.C., fu uno dei capi della guerra sociale cioè dei socii, gli italici confederati, che volevano la parità dei diritti con Roma e con 40 mila Sanniti in armi arrivò a Roma, a porta Collina sulla Salaria, ma affrontato da Silla venne ucciso in battaglia e decapitato. Infine, sempre della gens Pontii, era Ponzio Pilato procuratore imperiale in Giudea, coinvolto poco dignitosamente nella condanna di Gesù, senza trovare colpa nell’accusato. Ponzio Pilato era un uomo colto e apostrofò Gesù così: “Tu dici di essere la verità? Quale verità, la tua?”. Nel 1995 il presidente di commissione, prof. di storia e filosofia trevigiano, all’esame di maturità scientifica al liceo cittadino “Ippolito Nievo” di Padova, positivamente sorpreso, esclamò entusiasta di fronte alla bravura di un candidato preparato: “che piacere sentire parlare di Storia questo giovane studente che non è stato facile vittima dell’immensa cultura cattolica che ha oscurato quella precedente soprattutto romana e politeista”. Come non dargli ragione, soprattutto in Italia dove il servilismo gattopardesco non è basso anche verso lo stato del Vaticano, che se non controllato dall’esterno, ci porterebbe di sicuro molto indietro, forse a prima della rivoluzione francese con monarchi asserviti al potere papale. Tra i grandi rivoluzionari del passato Robespierre fu convinto assertore che il popolo ha bisogno di religiosità, mentre la borghesia produce l’ateismo. Altri hanno detto che la rivoluzione francese fu borghese e quella russa o bolscevica fu popolare. Ma a parte la palestra pluralista delle idee c’è da precisare che da quasi 20 secoli la cultura cattolica si è imposta sulla precedente politeista di Roma caput mundi. L’Europa, sia pure in modo meno evidente, ha però ancora molti segni delle culture religiose precedenti quella rappresentata dallo Stato del Vaticano, che non fa capo ai circa 400 milioni di Ortodossi sparsi nell’Europa orientale ed Africa nordorientale che sono acefali e prendono direttive dal patriarca nazionale o di Costantinopoli, dove si verificò il noto scisma che comportò il rivoluzionari papa che decise il celibato dei preti cattolici. Attualmente il papa, da Roma, coordina, da monarca assoluto, oltre 450 mila sacerdoti e 5.500 vescovi sparsi sul pianeta Terra tra 1,6 miliardi di cattolici, 1,4 d islamici, 1 di induisti, ecc. su 7 miliardi e passa di individui della nostra specie biologica e culturale “Homo sapiens”, che ha la culturale responsabilità di specie e nella scienza il principio di precauzione sperimentale. A Venafro come a Bojano ed Alife, Roma antica promosse sacerdoti di vari culti, molto attivi gli Augustali. Durante i secoli dell’epoca romana molti percorrevano il cursus honorem e alcuni importanti provenivano anche da cittadine intorno al Matese nativo. A Caiazzo ad esempio Servilio Aprile fu Questore della sacra pecunia alimentaria, costruttore del tempio di Venere, patrono di Caiatia a Roma mentre Quinto Gavio fu tribuno dell’VIII Legione Augusta nella Germania inferiore e infine G. Gavio Tarquinio Questore della Gallia Narbonense. Di Caiatia si conservano non molti resti, ma numerose pietre sepolcrali. Alcune di queste lapidi sono di carattere onorario e vi portano impressi i nomi della casa imperiale Giulia probabilmente perché la città ottenne benefici o concessioni dagli imperatori di questa famiglia Di Caiatia sono note monete emesse tra il 268 a.C. circa e la II guerra punica. Le monete recano al dritto la testa di Minerva un elmo corinzio ornato da un lungo pennacchio. Al rovescio è raffigurato un gallo, volto a destra. Davanti al gallo c’è la legenda con l’etnico (CAIATINO). Dietro una stella a 8 raggi. La città subì gravissime distruzioni ad opera di Vandali, Goti e Saraceni. Con i Longobardi divenne sede di un gastaldato e, quando Capua venne eretta a principato, Caiazzo fu elevata a contea. Primo conte longobardo di Caiazzo fu il nobile Arialdo. Nel IX secolo, durante il loro dominio, fu edificato il castello e successivamente, nel X secolo, è attestata come sede vescovile. I confini della contea intorno al 966 coincidevano con quelli della diocesi come emerge da una pergamena dell’Archivio vescovile ove si legge che il territorio della chiesa caiatina coincideva toto ipse comitato Caiatie. Con i Normannni il primo conte fu Rainulfo II, signore di Alife e Caiazzo. Ai Normanni a Caiazzo subentrarono gli Svevi e nel 1229 la cittadina ricevette la visita di Federico II e Pier delle Vigna, logoteta dell’imperatore, che fondò in Caiazzo una delle tre Corti dei Conti del Regno. Con la sconfitta degli Svevi la Città venne ceduta da Carlo I alla famiglia dei Glignette per 160 once d’oro. Dei monasteri a Caiazzo mi segnalava quello delle Clarisse lo Scriptorum loci, Pasquale Cervo, morto nel 2009 ed autore di saggi anche localistici. Alife, invece, aveva già prima di Roma coniato moneta con il diadramma d’argento del IV sec a. C.. Poi dopo la guerra sociale, fu colonizzata dai veterani di Silla, poi da altri coloni ed infine iscritta alla tribù Teretina. Dopo il sisma del 369 furono ricostruite le mura in opus reticulatum con le 4 porte in opus quadratum e per irrigare i campi pianeggianti fu costruito sia il nuovo corso del Torano che l’acquedotto anche per le ville e case signorili della gens Aedia, oltre che anfiteatro, criptoportico, terme, teatro e tutte le cariche amministrative municipali. A Venafro il culto locale ufficiale era per la buona dea del cielo, il cui tempio, mutata religione, divenne cattedrale. La dea, culto locale, era servita da un collegio di sacerdoti Collegium Cultorum Bonae Deae Coelestis. Augusto le consacrò tutte le vette dei monti circostanti. Adorato era pure Giove celeste. Culti familiari erano quelli per Nèmesi e per Silvano. Gli Augustali, come in tutto l’Impero, funzionavano pure a Venafro, Colonia Julia Augustea Venefrana, una delle 28 dedotte, era amata dall’imperatore che vi venne in visita e fece costruire l’anfiteatro, l’acquedotto lungo 25 km dalle sorgenti del Volturno, le terme e un ampio foro per tutte le molte magistrature. Uomini illustri venafrani sono: Sesto Aulieno, tribuno militare, ammiraglio prefectus classis e comandante di armati alla leggera e dell’accampamento imperiale; L. Ovinio Rufo tribuno militare e legato della XIII legione Gemina in Pannonia superiore, Ungheria e Alba Iulia in Transilvania (dove ho avuto modo di immaginare il quasi mio conterraneo anche sugli scranni dell’anfiteatro di Sarmizegetusa Ulpia Traiana, capitale romana della Dacia dopo il 106 d.C.); M. Munazio patrono di Augusto; Sesto Pulferio prefetto della IV coorte di Galli a cavallo, poi tribuno dei militi della coorte Vindèlica (Baviera), prefetto della schiera e poi patrono a Roma della colonia Giulia, flamine di Traiano. Molti edifici romani a Venafro non si vedono più, ma si ha ricordo del teatro di forme greche, col diametro dalla cavea di m. 50, un anfiteatro capace di 18 mila spettatori (l’ellisse è di 75 x 55 metri) e l’acquedotto superbo. Pare che la prima biblioteca venafrana sia stata quella del Seminario seguita da quella dei Carmelitani del 1702. Da ricordare la chiesa di san Nicandro del IX sec. ma già esistente dal 300 eretta dai Basiliani e dal 137 affidata ai Cappuccini. Essa onora Nicandro, Marciano e Doria, patroni di Venafro e delle diocesi unite con Isernia dal 1822. Secondo gli storici i Nicandro e Marciano erano arruolati nella XI legione Claudia in Mesia (Bulgaria)-la stessa stanziatasi poi a Bojano- scoperti come cristiani furono processati e decapitati nel 302-303. Daria la moglie di Nicandro segui il marito nella morte. Il Vescovo a Venafro esisteva già dal IV sec. ma il primo fu Costantino, vissuto nel 499. Verso il 1220 san Francesco di Assisi passò per Venafro e sorse un convento. Venafro ha ospitato Basiliani, Benedettini, Celestini, Carmelitani, Alcantarini, cavalieri Templari e di Rodi poi di Malta), Cappuccini e Clarisse. Altra devozione con radici longobarde è stata quella venafrana per l’Arcangelo Michele, comunque il popolo era organizzato in confraternite nel 1387 come quella dei laici flagellanti. I cavalli reali dipinti nel castello venafrano sono dello stesso anonimo pittore che li ha immortalati anche nel palazzo ducale dei Gonzaga di Mantova. A Piedimonte Matese, la cittadina deriva dalla vicina Alife per eccidi e saccheggi dei Saraceni (876 quello documentato) l’insediamento comincia con il rione fortificato più in alto, San Giovanni, poi alcune centinaia di metri più in basso, infine, a forma stellare, a partire dal Municipio, di 174 m di quota, di piazza Roma, con i raggi più popolati di Porto Vallata- Stazione Ferroviaria, Villa Comunale-Sepicciano-San Potito e via Bonifica. L’abitato sannitico è sul monte Cila, fortificato nel VII sec a.C. e abbandonato già due secoli dopo. Tito Livio descrive il luogo alto e fortificato sopra Alife dove accampa Fabio Massimo che sorveglia Annibale nel 206 a.C. Con i Longobardi prima e Normanni poi Piedimonte divenne baronia di 142 kmq dal Torano al Miletto, ex Esere con le ex frazioni di San Gregorio, Castello e S. Potito fino all’arrivo nel 1550 dei nobili di Fondi, i Gaetani con Nicolò, principe di Piedimonte nel 1730, nominato da Carlo VI Imperatore e Re di Napoli. Anche i Goti lasciano tracce locali con la cappella di San Biagio con i dipinti del 1400 della Disputa dei Dottori, Avviso alla Vergine, la Fuga in Egitto, Ingresso dell’Eden, Adamo ed Eva e l’abside di Santa Maria Occorrevole di fine1300, sul monte Muto a quota 579 con i dipinti del Pantocràtor o Onnipotente sostenuto da Angeli (a Padova, il Guariento, dipinse gli Angeli armati). Con bolla di Urbano VIII, 26.08.1645, i piedimontesi hanno onorato il patrono San Marcellino, sacerdote romano del terzo sec. il cui martirio è del 2.06.304 sull’Aurelia, vicino Roma. Della diocesi d’Alife, con 44 parrocchie, il primo vescovo fu Claro presente al concilio romano indetto dal papa Simmaco nel 499. I nobili Normanni Drengot Quarrela conquistarono il territorio alifano e l’episcopato acquistò notevole importanza. Nel 1131 Rainulfo, conte di Alife, Caiazzo e Sant’Agata dei Goti, chiese e ottenne dall’antipapa Anacleto II le reliquie Di San Sisto I papa e martire, divenuto poi protettore della città e della diocesi. A lui fu dedicata la cattedrale, che nel corso dei secoli ha subito numerose ricostruzioni e attualmente è dedicata a Santa Maria Assunta. Il vescovo diocesano risiede a Piedimonte d’Alife dal 1561 e nel 1600 vi è stato nominato pure un attivo vescovo veneto, De Lazzara, che mise sugli attenti i Gaetani, nobili filoborbonici. In città vi sono le Benedettine, le Canossiane (collegate con Caiazzo) i Francescani nel convento in alto dedicata a San Pasquale che in passato aveva un frate anche a Bojano che cercava l’elemosina come i piedi di maiale appena ammazzato a Natale. Famosa resta la frase popolare bojanese ”vai per un osso a Piedimonte” rivolta ai pellegrini annuali di Bojano che andavano a piedi valicando il Matese a San Pasquale di Piedimonte e riportata dal saggio di Michele Campanella “Bojano tra storia e cultura popolare”, Tipolito Matese. La religiosità piedimontese e della diocesi, prima della cristianità è stata, in parte, esaminata anche allo scrivente nei due saggi dedicati a Letino tra mito, storia e ricordi, Energie Culturali Contemporanee Editrice, 2009 e “Piedimonte Matese e Letino tra Campania e Sannio”, 2011. Intorno alle città romane antiche il cattolicesimo si insediò subito dopo Costantino il Grande. Sul Matese ed intorno ad esso l’iniziazione alla cultura e pratica religiosa avvenne a macchia di leopardo, dapprima i centri del pedemontano poi, piano piano, i piccoli centri dell’Alto Matese come Gallo Matese della diocesi d’Isernia e Letino della diocesi d’Alife-Caiazzo. Alife fu un centro d’iniziazione e d’impianto del vescovo diocesano fin dagli albori della nuova religione monoteista, che continua ancora oggi in tutta la diocesi sia pure con carenza di preti e monache, ma con il media Clarus. Non poche sono le chiese dedicate alle madonne come Santa Caterina d’Alessandria di cui si è già scritto. Altre sono in grotte insieme a San Michele Arcangelo come a Gioja S. e vicino Morcone. Le poche risalgono a ricerche compiute dallo storico dell’ “800 Giuseppe Mennone, che si interessò della storia dell’ antico Sannio. Secondo lo storico, i superstiti di una località chiamata Ercolaneo distrutta all’epoca delle guerre Sannitiche, in cui vi era il Tempio di Ara Jani (dedicato a Jano dei Latini, poi detto Giano dagli Italici), ritornarono nei luoghi di origine dando vita a nuovi agglomerati abitativi sulle rovine del vecchio Tempio: chiamarono questi luoghi Rignano e un altro poco distante Rignanello. Queste località erano situate in zone basse e malsane, per cui gli abitanti si spostarono successivamente in zone più a monte, in zone collinari, che erano più salubri. In onore del loro Dio Giano, queste nuove zone vennero chiamate Gioja, attualmente Gioia Sannitica, che in antiche carte venivano indicate come Terra Jani ed in seguito Terra Jiojae. Si susseguirono diverse invasioni di barbari, dai Longobardi ai Franchi fino ai Normanni. Con l’arrivo dei Normanni, Gioja divenne una baronia. Interessante è la grotta dove si venera San Michele Arcangelo con pellegrinaggi a Monte Sant’Angelo sul Gargano, dove lo scrivente ha osservato come nella grotta si sia probabilmente verificato la fine dell’oracolo precedente ucciso con la spada del guerriero longobardo. Il 25.06.2011 il Santuario di San Michele Arcangelo di Monte Sant’Angelo diventa, per l’Unesco, Patrimonio Mondiale dell’Umanità con il circuito seriale The Longobardis in Italy, Places of Power, 568-774 A.D., entrando a far parte della schiera dei più autorevoli Beni Culturali del mondo e cioè nella World Heritage List. Nel territorio del Ducato di Benevento, comprendente il Matese e Sannio, sorgeva il santuario di San Michele Arcangelo, fondato prima dell’arrivo dei Longobardi ma da questi adottato come santuario nazionale a partire dal VII sec. Il complesso testimonia il culto micaelico dei Longobardi. Il santuario divenne una delle principali mete di pellegrinaggio della cristianità, tappa di una variante della Via Francigena che conduceva in Terra Santa. Il Gargano è ricco di mitologia e di storia sacra ed è stato studiato da non pochi Antropologi tra cui Anacleto Corrain dell’Università di Padova. Corrain, che ho conosciuto nella comune Associazione di Ecologia Umana, era anche un sacrato, che ha misurato le ossa del Santo padovano, Antonio, per attestarne la veridicità dopo 7,5 secoli dalla morte il 13 giugno 1231. Altri specialisti poi, di area culturale forense e non specialistica dei domini scientifici affini, ne hanno trasfigurato la rappresentazione del volto, venerato da milioni di pellegrini, ma una trasfigurazione non condivisa dallo scrivente, che ha scritto e pubblicato il 24 maggio 2012:”Padova. Ammoniti fossili nel pavimento della Basilica di Sant’Antonio”. Ma ritorniamo nel Sannio e precisamente nel santuario isernino di S. Angelo in Grotte del 1200. La grotte è ricavata nella roccia, ove sgorga una sorgente d’acqua benedetta. Le opere murarie della grotta sono state restaurate e ampliate nel 1890 con il contributo degli emigrati in USA. Sul perimetro dell’antica parrocchia è stata ricostruita ex-novo una chiesa ad una sola navata con annesso collegio adibita solo ed esclusivamente a colonia estiva. Un noto studioso molisano scrive in merito:”Sant’Angelo in Grotte dove la tradizione popolare vuole che il Principe degli Arcangeli addirittura avesse deciso di porre una sua residenza terrena. Il popolo racconta che San Michele non voleva essere disturbato e così un giorno, quando i suoi fedeli non portarono a termine la processione della sua statua per un improvviso nubifragio facendo rapido ritorno alla grotta, egli si infilò in una fenditura della roccia e se ne volò verso il Gargano, in quel monte che prese il suo nome. In questa grotta ho disegnato l’altare che oggi accoglie il simulacro dell’Arcangelo nell’atto di sottomettere il ribelle Lucifero, seguendo le sollecitazioni del parroco don Michele che è convinto, come me, che il Principe degli Arcangeli in quel luogo faccia spesso ritorno, specialmente il giorno della sua festa, quando processionalmente i fedeli girano attorno alla sua antica immagine”. Il primo autore che riportò usi e costumi religiosi di differenti popoli fu Erodoto nella sua opera le Storie (Ἰστορἴαι Istoriai). Erodoto fu motivato sia dal relativismo religioso sofistico, sia da un profondo interesse nei confronti delle culture “barbare”. La.prima definizione del termine “religione”, ovvero del suo originario termine latino religio, la dobbiamo a Cicerone il quale nel De inventione così la esprime: Religione tutto ciò che riguarda la cura e la venerazione rivolti ad un essere superiore la cui natura definiamo divina”. In un ambito più aperto i Romani accoglievano comunque tutti i riti che non contrastassero con il mos maiorum dei tradizionali riti religiosi, ovvero con il costume degli antenati. Quando nuovi riti, e quindi novae religiones, venivano a contrastare con il mos maiorum questi venivano proibiti: fu il caso, ad esempio e di volta in volta, delle religioni ebraica, cristiana, manichea e dei riti bacchanalia. Restando ai bordi del confine della religiosità popolare del Sannio e tra storia, mito e credenze popolari, alcune notizie in merito, almeno per il versante settentrionale del Matese, si possono trovare in P. Albino, Ricordi storici e monumentali del Sannio e della Frentania, Campobasso 1879; R. Antonini, «Italico», SE, 49, 1981; M. Buonocore, L’Abruzzo e il Molise in età romana tra storia ed epigrafia, vol. I, L’Aquila 2002; G. De Benedittis, Bovianum ed il suo territorio: primi appunti di topografia storica, 1978. Il principale municipio dei Pentri, Bojano, è attestato come sede diocesana alla fine del V secolo. Secondo lo storico, monaco ed abate del 1600, Ferdinando Ughelli, il primo vescovo di Bojano fu Lorenzo, che sottoscriverebbe il sinodo di Gelasio del 495. Molto probabilmente è allo stesso Lorenzo che nel 496 papa Gelasio si era rivolto, invitandolo, insieme al vescovo Costanzo di Venafro, a risolvere una questione inerente quest’ultima diocesi. Così come accade per altri municipi della regione mancano attestazioni successive della dignità episcopale almeno fino all’XI sec., come molto labili sono i segni della presenza cristiana nella città. Fino a fine 1900 si conosceva una sola iscrizione funeraria frammentaria rinvenuta in via S. Agostino, perduta ed oggi recuperata, di incerta cronologia (IV-Vsec.?):C(aio) Probiliano/ f(— ) q(ui) vixit m(enses) VIIII/et dies X, deposi/tus est d(ie) V (ante) k(alendas)/Mar(tias) (De Benedittis 1995). L’attuale cattedrale, dedicata a S. Bartolomeo, di forme moderne, si colloca nella zona centrale della città; scavi condotti tra il 1996 ed il 1997 hanno portato alla scoperta sotto l’altare maggiore, ad una profondità di circa 3.70 m, di due absidi che sono state messe in relazione con le fasi più antiche dell’edificio; come unico elemento cronologico attualmente si può rilevare la provenienza dal contesto di ceramiche datate tra IX e XVI secolo. Anche al di sotto del portale del XV secolo si sono rinvenute strutture relative ad un precedente edificio. La mancanza di dati cronologici certi per le strutture riportate alla luce non permette di stabilire se si tratti di un edificio attribuibile all’età tardo antica e pertanto in relazione con le più antiche attestazioni della presenza vescovile e al tempo stesso se si possa riconoscere in esse un primitivo edificio di culto. Il 29 giugno del 1927 per la bolla Ad rectum di papa Pio XI la cattedra, la residenza vescovile, il capitolo della cattedrale ed il seminario diocesano furono definitivamente traslati da Bojano a Campobasso dov’è, dal 2007, l’attivo (fustiga i politici spesso su problemi d’occupazione e di crisi aziendali come quella avicola bojanese) arcivescovo trentino G. M. Bergantini, che coordina oltre 70 sacrati uomini e 19 diaconi per 69 parrocchie con oltre 110 mila battezzati. Della diocesi di Bojano c’ è da menzionare sia il bojanese arcivescovo Antonio Nuzzi, che volle la casa di riposo degli anziani poveri che il colto (ha scritto vari saggi dei paesetti attorno a Bojano) don Angelo Spina, nativo nella vicina Colle d’Anchise, prete a Bojano, poi vescovo e dal 2007 papa Benedetto XVI lo nomina vescovo di Sulmona-Valva e nel 2017 papa Francesco lo nomina arcivescovo metropolita di Ancona Ancona-Osimo. Per quanto riguarda i luoghi di culto del periodo romano, essi sono accomunati a quelli di epoca sannitica dalla medesima scarsità di dati nonostante i notevoli contributi dei seguenti studiosi bojanesi: M. Pettograsso, O. Muccilli e F. Tavone, quest’ultimo, prof. di lettere nel vicentino, ricorda i monumenti trascurati dagli Amministratori della “sua” Bojano. Alla fine del periodo repubblicano, Bojano, mostra una diminuzione della frequentazione dei luoghi di culto sannitici; tale fenomeno non è tanto da mettere in relazione con le distruzioni avvenute nel Sannio nell’80 a.C., ma piuttosto con la successiva creazione dei municipi, nei quali vennero trasferiti tutti quei culti, in precedenza diffusi nel territorio, che costituivano un punto di riferimento per l’intera comunità. Solo 2 luoghi di culto, per ora, sono in area urbana, grazie al rinvenimento di 2 testi epigrafici, entrambi purtroppo in seconda giacitura, cioè una dedica a Venus, murata all’esterno della chiesa di S. Maria dei Rivoli (Venus Caelestis Augusta) ed una a Silvanus ( Silvanus). È dichiarata la provenienza da Bojano di un bronzetto di epoca imperiale rappresentante Mercurio, con il petaso e la clamide posata sulla spalla e ripresa e arrotolata attorno al braccio. Per quanto riguarda il territorio, una ripresa della frequentazione dei luoghi di culto extraurbani, esistenti in epoca sannitica, è documentata in età imperiale, tra I e III sec.d.C., senza però che si torni al livello della fase sannitica: mancano infatti nuovi interventi edilizi ed anche i doni votivi presentano caratteristiche di estrema semplicità. La frequentazione nella maggior parte dei templi sembra terminare tra III e IV sec. d.C., forse in relazione al sisma del 346. Anche la frequentazione del santuario di Campochiaro (mostratomi ultimamente da soci del circolo Ragno di Bojano ed in particolare da A. G. Del Pinto appassionato cultore archeologico e di storia del Sannio) si protrae per qualche tempo in epoca imperiale: in questo momento, accanto al culto di Ercole che continua ad essere attestato, compaiono culti a carattere misterico, come quello di Sabazio. Sono stati riferiti alla sfera religiosa i resti presenti in località S. Maria di Monteverde, nel comune di Vinchiaturo, dove è stato individuato un frammento di iscrizione romana, un frammento di busto di statua togata e alcune pietre lavorate, tra cui un fregio dorico e un blocco angolare con una raffigurazione umana con una clava su un lato e un disco sull’altro, probabilmente Ercole. Appare tuttavia verosimile che si tratti di materiale funerario. Difficilmente collocabile è infine il boccale miniaturistico in bronzo di epoca romana trovato nel territorio di Guardiaregia; le sue ridotte dimensioni ne limitano la funzionalità e rimandano quindi ad una destinazione simbolica. Per questo oggetto è stata avanzata anche un’interpretazione come unità di misura, mentre è certa la pietra dei Briganti guardiense di fronte al lavatoio pubblico. Per i sacrati o sacerdoti e le cariche religiose bojanesi, quelle attestate epigraficamente vicino al municipio sono limitate. Una prima iscrizione funeraria, datata alla metà del I sec. a. C. e oggi irreperibile, documenta la presenza di una sacerdotessa di Venere: Helviae/ Mesi f./sacerdot(i) Vener(is)/ filiei de suo. Non è possibile definire meglio le caratteristiche del luogo di culto in cui Helvia svolgeva le sue funzioni, che potrebbe forse identificarsi con quello indicato nella scheda Bojano, ubicazione incerta, Venus Caelestis Augusta. Esistono inoltre 2 epigrafi che attestano la presenza nel territorio di Bojano degli Augustales, una delle quali è stata individuata presso S. Polo M., in contrada Campone, probabilmente datata al Isec. d.C. Un’altra epigrafe, anch’essa datata al I sec. d.C., oggi irreperibile, proveniente da Colle d’Anchise, menziona un seviro augustale. È infine menzionato un sevir (augustalis) in un’epigrafe ora conservata nel giardino alle spalle del Municipio, datata al I sec. d.C. Per le origini di Bojano la letteratura a cui attingere non è poca né sempre chiara. Le testimonianze più antiche legate alla presenza umana in questo territorio si riferiscono alla prima età del ferro e sono relative a cuspidi di lancia in bronzo rinvenute presso Bojano. Dati legati ad una occupazione stabile vanno invece messi in relazione al rinvenimento di una complessa area di sepolture emersa al confine tra i comuni di Campochiaro e di S.Polo M. La necropoli, non distante dal tratturo, presenta tombe databili al IV sec. a.C., mentre nella porzione a sud, sconvolta in epoca moderna, è stato rinvenuto materiale archeologico sporadico, anch’esso pertinente alla necropoli, che testimonierebbe una occupazione già a partire dal VI sec. a. C.. Le fonti, in particolare il patavino Tito Livio, ci informano che fu la capitale dei Sanniti Pentri (Liv.9, 31, 4) con il nome di Bovaianom, nome noto grazie a un’iscrizione rinvenuta a Pietrabbondante e qui dovevano avere sede il Meddis tùvtiks, sommo. L’origine del nome dovrebbe essere legata alla presenza di un mercato specializzato di buoi, sviluppatosi per la presenza del tratturo, così come viene generalmente messo in relazione con i recinti del bestiame (saepta) il nome della vicina Saepinum, l’attuale Altilia nel territorio di Sepino. Non si contrappone a questa l’ipotesi di un valore sacro da attribuire al nome, in riferimento al bue dalla primavera sacra dei Sabini. L’insediamento, in virtù dell’importanza che doveva avere, fu coinvolto varie volte nelle guerre sannitiche; la prima citazione risale al 313 a.C., quando T. Livio informa che l’esercito romano si sarebbe stabilito nel Sannio per espugnare Bovaianom. Compare ancora nel 311 a. C. (Liv. 9, 31, 4), in occasione di una discussa conquista subita ad opera dei Romani. Livio successivamente riferisce di due nuovi assalti portati al centro: nel 305 a.C., episodio di cui parla anche Diodoro Siculo (90, 20, 4). Proprio in seguito alla presa di Bovaianom del 305 a.C. fu dedicata a Roma, sul Campidoglio, una statua di Ercole col bottino proveniente dal santuario di Campochiaro. Anche la campagna del 293 a.C. raggiunge il territorio di Bovaianom: infatti, verso la fine della campagna stessa, i Sanniti, che avevano trovato rifugio nella capitale dopo la sconfitta di Aquilonia, si scontrarono con i Romani ad Herculaneum (Liv. 45,10, 10), cioè nella zona del santuario di Ercole, riuscendo vincitori. Dell’insediamento di epoca sannitica non si conoscono molti dati; l’abitato doveva svilupparsi tra l’area della Civita Superiore, posta a 756m s.l.m. e la parte pianeggiante, dove poi sorgerà il nucleo centrale della città romana, posto a circa 485 m di quota. La porzione più elevata doveva costituire l’arx, anche se la costruzione del castello Pandone ne ha cancellato le tracce; in quest’area è comunque emerso materiale che documenterebbe una continuità di vita tra il IV e il I sec. a. C.. In questa fase l’arx, come risulta da testimonianze ottocentesche, doveva essere delimitata da un circuito murario in opera poligonale. Una seconda postazione fortificata a difesa dell’insediamento doveva sorgere sul Monte Crocella, a m.1040 di quota; qui è infatti presente una cinta in opera poligonale con un perimetro di circa 110 m e un’area di poco meno di 900 mq, con una cisterna che ha restituito materiale datato tra la fine del III sec. a.C. È stata ipotizzata la presenza di strutture analoghe anche nella zona pianeggiante, dove, in effetti, sono emerse murature in opera poligonale che dovevano raggiungere e inglobare una parte dell’area posta a ridosso del pendio. Questa zona, così come il resto dell’abitato, doveva adattarsi all’orografia del terreno probabilmente attraverso una serie di terrazzamenti che permettevano di sfruttare a pieno la superficie intramuranea. Tale sistema insediativo rimarrà probabilmente in uso fino alla piena romanizzazione, che si compirà solamente nel periodo della municipalizzazione cesariana. Agli inizi del III sec. a.C. questa porzione del Sannio venne colpita da un disastroso terremoto che interessò un’area già fortemente sconvolta dalle guerre sannitiche. Non ci sono in realtà tracce dirette del sisma all’interno dell’abitato, ma i pesanti danni subiti dal vicino santuario di Campochiaro fanno ipotizzare forti ripercussioni anche in questo centro. Bovaianom viene menzionata nuovamente in occasione delle operazioni militari contro Annibale del 217 a.C., quando riuscì ad armare contro i cartaginesi un notevole contingente al comando di Numerio Decizio; successivamente, nel 212 a.C., i Romani stabilirono i loro accampamenti proprio nei pressi di Bovaianom. Episodio fondamentale nella storia dell’insediamento è la distruzione operata da Silla a seguito della guerra sociale, evento che interrompe l’alterno sviluppo di epoca sannitica e getta le basi per la definitiva romanizzazione; Bovaianom nell’89 a.C. venne infatti presa da Silla e riconquistata nell’88 a. C. da Poppedio Silone. In seguito a questi avvenimenti l’insediamento dovette subire una sensibile crisi demografica. Le principali informazioni su questa fase vengono da Appiano, che descrive il sistema difensivo della città, formato da 3 rocche, di cui 2 dovrebbero essere quelle di Civita Superiore e di Monte Crocella. La città è ricordata anche da Cicerone (66 a.C.) che ne loda gli homines amplissimi nobilissimique. L’inserimento del Sannio Pentro nell’amministrazione romana, dopo la guerra sociale, causò una forte e rapida trasformazione anche dell’organizzazione territoriale. Vennero infatti istituiti i municipi che, in parte, portarono all’aggregazione delle comunità diffuse nell’area secondo le modalità insediative sannitiche, ma ogni volta che fu possibile, si stabilirono nei centri maggiori già esistenti. Tra questi fu anche Bovianum. Il primo documento che attesta per Bovianum uno statuto municipale può essere datato tra il 48 e il 46 a.C.; un’altra testimonianza importante ci informa che tra il 44 e il 27a.C. ad opera di Ottaviano, vennero fatte assegnazioni di terre e quindi, ex lege Iulia, fu dedotta la colonia di Bovianum (Liber Coloniarum, L. 231, 259), i cui abitanti furono ascritti alla tribù Voltinia, come sembrerebbero testimoniare le numerose epigrafi rinvenute. Fu municipio duovirale e i magistrati, come si evince dalle epigrafi, furono duoviri iure dicundo e quinquennali. Quattro iscrizioni testimoniano anche la presenza di aediles. Successivamente, tra il 73 e il 75 d.C., la città fu oggetto di una rifondazione coloniale vespasianea, in conseguenza della quale prese l’appellativo di Undecumana (colonia Bovianum Undecumana) per le assegnazioni fatte ai veterani della legio XI Claudia. A seguito di tale deduzione, quella voluta da Ottaviano venne distinta con il termine Vetus, al quale, adesso, si dovette aggiungere il nuovo nome che tuttavia non è documentato epigraficamente. Si ritiene che sia comparso nella titolatura della colonia solamente nei documenti ufficiali di età flavia; per tale ragione Plinio, che doveva avere accesso a tali documenti, ne era venuto a conoscenza e poté citare la doppia titolatura della città. Tale ricostruzione dello sviluppo dell’assetto amministrativo di Bovianum è stata definitivamente chiarita da A. La Regina (1966), che ha dimostrato insostenibili le posizioni della storiografia ottocentesca e, in particolare, quelle del Mommsen, il quale riconduceva le diverse titolature della colonia a 2 siti distinti, attribuendo la denominazione di Bovianum Vetus al santuario di Pietrabbondante. Al tedesco T. Mommsen hanno attinto la verità una schiera di professori e studiosi tra cui A. di Iorio, M. Malatesta e gli attuali scrittori del territorio isernino. Di verità diversa e cioè che era l’attuale Bojano la capitale dei Pentri era il prof. canadese E. T. Salmon nonché gli attuali studiosi del territorio campobassano, e, dell’altro versante matesino, Dante B. Marocco, lo scrivente, ecc.. Keppie (1983) ipotizza la presenza contemporanea di 2 comunità munite di statuto diverso, il Municipium del 48-46 a.C. e i veterani della legio XI stanziati qui –secondo l’autore– da Cesare. Nel periodo imperiale la città viene menzionata più volte dalle fonti, oltre che nel citato passo di Plinio e nel Liber Coloniarum, compare in Giulio Ossequente, Strabone (5, 4, 11) e Tolomeo (3, 1, 58), senza però che questi autori forniscano informazioni aggiuntive. Ulteriori notizie per l’epoca tarda provengono dalla Tabula Peutingeriana −che sembra indicare due strade in direzione di Sepino e Larino, e dagli altri Itinerari. L’assetto dell’insediamento sannitico, ubicato in posizione strategica in prossimità del tratturo Pescasseroli-Candela, subì varie modifiche in occasione della deduzione militare del I sec. d.C.; in particolare, il percorso del tratturo venne avvicinato alla città e collegato alla viabilità urbana, divenendone il decumano e accrescendo dunque l’importanza di Bovianum. La città si dovette sensibilmente ampliare rispetto alla fase sannitica, preferendo lo sviluppo nella zona pianeggiante, secondo lo schema ortogonale imposto da Roma, più comodo e sicuro ugualmente. Non ci sono molte informazioni neanche per questo periodo. Dalla lettura urbanistica sembra ricostruibile uno schema molto simile a quello di Venafro, con isolati quadrati di circa 60 m per lato, di cui sono riconoscibili almeno 4 assi, orientati nord-est/sud-ovest, ma ve ne dovevano essere almeno 7 che si disponevano, adattandosi alla particolare orografia, dalle pendici del Matese, presso la chiesa di S. Michele Arcangelo a quota 549 m. Gli assi ortogonali erano 9, posti tra la chiesa del Purgatorio e quella di S. Biase. Questi dovrebbero essere i limiti della città romana, che sembrano confermati dalla presenza di 2 necropoli, poste in prossimità del tratturo Pescasseroli-Candela; la prima è tra via S. Giovanni e via S. Bartolomeo, mentre la seconda è in località Valcaturo. Più complessa è l’individuazione del Foro, che generalmente si ritiene posto in corrispondenza della Cattedrale, in Largo Duomo. Il rinvenimento di un lungo tratto stradale relativo alla fase romana riportato alla luce oltre i limiti delle mura sannitiche, insieme a tracce che farebbero ipotizzare l’esistenza di edifici, sia pubblici che privati, posti sempre oltre il limite dell’insediamento sannitico, confermerebbero però un’estensione dell’abitato al di là di Corso dei Pentri e del torrente Calderari, dove è stato scavato l’ampio tratto basolato legato alla viabilità romana del municipio. In considerazione di questo e per via dell’ulteriore rinvenimento di 2 epigrafi, di materiale archeologico di varia natura e delle colonne trovate in via Colonno, la presenza del Foro è stata ipotizzata in quest’area, parallela quindi al torrente Calderari e a via Cavadini. Tale espansione oltre i limiti urbani ritenuti certi, corrispondenti alle ipotizzate mura sannitiche, potrebbe essere collegata alla nuova deduzione di epoca Flavia, che va dunque inquadrata in un piano più ampio di divisioni agrarie in zone ancora in parte libere e quindi sfruttabili dal potere centrale per le assegnazioni ai veterani. La città doveva avere 3 porte urbiche: 2 si aprivano in direzione degli importanti centri di Saepinum e Aesernia (Isernia), e 1 si doveva aprire verso Larinum (Larino). Le porte erano in relazione alla viabilità esterna, costituita principalmente dalla via Minucia, che collegava Aesernia con Beneventum (Benevento), attraversando Bovianum e Saepinum e seguendo la direttrice del tratturo. Doveva inoltre essere presente una strada che, probabilmente lungo il corso del Biferno, conduceva a Larino e alla costa adriatica. Non si hanno dati certi sulla presenza delle strutture per spettacolo tipiche del mondo romano. Possono far ipotizzare l’esistenza di un anfiteatro due epigrafi che attestano, rispettivamente, lo svolgimento di munera gladiatori e l’attività di un munerarius, oltre a una dubbia notizia riportata da Pasquale Albino. Ancora più sfuggenti sono i dati che potrebbero riferirsi ad un teatro, limitati ad un ritrovamento di elementi architettonici effettuato alla fine del XIX secolo presso la chiesa di S. Maria dei Rivoli, a sud-ovest della città. Alcuni interventi dovettero interessare Bovianum in epoca tarda, anche se dobbiamo immaginare che l’assetto del municipio romano sia rimasto l’elemento guida per tutta l’antichità. È possibile che, in conseguenza del sisma del 346 d.C., all’interno della città, che dopo Diocleziano era stata inserita nel distretto del Sannio, sia stato ricostruito il secretarium, probabilmente danneggiato dal terremoto, ad opera di Arruntius Atticus in qualità di patrono di Bovianum e Saepinum, per le iniziative del rector provinciae Samnii Fabius Maximus della metà del IV sec. d.C. I probabili danni causati dal sisma andarono a colpire una realtà già sicuramente ridimensionata. Nel territorio intorno alla città sono conservate le tracce di due differenti criteri di divisione agraria, corrispondenti a due momenti storici ben distinti. A nord di Bovianum infatti sembra documentata una scamnatio primitiva, rimasta in vita per tutto il II sec.a.C. e sostituita dalla nuova pianificazione augustea di 16 actus che, rispettandone l’orientamento, sembra svilupparsi a partire da un asse centrale che si genera dalla città antica, proprio come a Venafro. I limiti del municipio romano di Bovianum dovevano essere compresi tra il massiccio del Matese e i limitrofi municipi di Fagifulae (S. Maria a Faifoli, nel territorio di Montagano), Aesernia e Saepinum. Esistono, purtroppo, ancora notevoli difficoltà nell’individuazione puntuale dei confini territoriali di competenza amministrativa delle singole città in questa porzione del Sannio e più in generale nella IV regio. I limiti di Bovianum non dovevano comunque essere molto ampi e furono certamente condizionati dall’orografia della regione. Vanno in massima parte identificati a sud-ovest col Matese, sulle cui pendici è adagiata la città, e a nord-ovest col passo di Castelpetroso, distante all’incirca 14 km. Per quanto riguarda il confine con Allifae, non si può escludere che questo, anche in età romana, potesse collocarsi alquanto a sud, comprendendo almeno la conca del lago del Matese o addirittura raggiungendo la linea delle fortificazioni del Cila e di Castello del Matese, come i recenti ritrovamenti di Capo di Campo hanno dimostrato per l’epoca sannitica: mancano tuttavia elementi per definire tale questione. Dall’epoca Normanna il lago Matese è appartenuto alla grossa Terra di Piedimonte Matese, esteso ben 142kmq, oggi ridotti di molto perché la conca del lago Matese è di San Gregorio Matese. Più tenue risulta la demarcazione degli altri due limiti; quello sud-orientale dovrebbe corrispondere alla sella di Vinchiaturo, distante circa 10 km (l’attuale territorio comunale di Vinchiaturo andrebbe diviso, tra i municipi di Bovianum e Saepinum: sarebbero da attribuire a quest’ultimo i territori dei comuni di S. Giuliano del S. e Ferrazzano). L’andamento del fiume Biferno nella sua alta valle condizionò i confini nord-orientali di Bovianum che dovevano includere anche l’area di Monte Vairano, confinando col municipio di Fagifulae. Ancor più problematica è l’individuazione dei limiti nel territorio occupato dai comuni di Frosolone, Casalciprano (inclusa dal Mommsen nel territorio boianese) e la porzione meridionale del comune di Castropignano, che, ritenuti generalmente appartenenti al municipio romano di Fagifulae, potrebbero invece costituire l’estremo limite nord-orientale del territorio boianese. Anche Roccamandolfi modificò, a proprio vantaggio, il confine con Letino alla vetta di Miletto. I confini comunque sono sempre stati politici e geografici, questi ultimi sono basati sullo spartiacque come sui monti del Matese tra Campania e Molise.

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