ALIFE / DISSESTO. Pubblicata la delibera di Consiglio comunale che dichiara il dissesto: da “tutti sindaci” a “tutti tartassati”, le “8mila anime” pronte ad aprire i portafogli.

alife-cirioli-consiglio-dissesto-002“L’ingratitudine umana è più grande della misericordia di Dio”. Lo affermava Leopardi, ma anche De Filippo, in “Natale in Casa Cupiello”: “nemici del proprio sangue” affermò l’attore napoletano quando, nelle vesti di Lucariello, si rese conto che la moglie Concetta e la figlia Ninuccia gli stavano nascondendo qualche cosa.

Una maggioranza non più maggioranza si presenta al cospetto di due precipitosi consigli comunali che avrebbero dovuto dichiarare il fallimento del Comune di Alife. “Avrebbero” perchè intanto lo stato di dissesto finanziario dev’essere approvato da organi istituzionali superiori, dopo un’attenta valutazione delle “carte”, tanto per rimanere nel linguaggio popolare, “terra terra”, società di esternalizzazione dei tributi “da quattro soldi”, usato dal sindaco Cirioli in queste ultime settimane, poi perchè partiranno certamente azioni legali di contrasto a quella delibera di consiglio comunale, e questo la maggioranza, o quel che ne resta, lo sa benissimo. Azioni che si muoveranno anche verso la Procura della Corte dei Conti, che già ha ricevuto una nota, molto “politica” e non solo ed esclusivamente “finanziaria”, come invece doveva essere (dalle “8.000 anime ai piedi del massiccio del Matese” a “figure apicali prive del titolo”), da parte del nuovo responsabile d’Area fortemente voluto dall’entourage del sindaco, un responsabile specializzato nei dissesti, visti quanti enti ha già portato al default. Ma ci possiamo mai meravigliare di questo? No! Noi comuni cittadini di Alife, quelli che, fra qualche mese se il dissesto andrà in porto, si vedranno innalzare i tributi locali fino al massimo previsto dalla legge, il dissesto lo subiranno soltanto e dovranno solo pagare. Non ci possiamo meravigliare neppure se il contenuto “politico” di quella relazione non è stato suggerito, ma addirittura la stessa è stata scritta a quattro mani, e neppure su una scrivania privata. Lo testimoniano i termini utilizzati, ed i riferimenti entafizzati, in essa contenuti, che si rifanno a precedenti gruppi politici di cui non ne è rimasto nè nome, nè sostanza, solo la proposta di un dissesto vecchia di sei anni ed ora riproposta dagli stessi componenti. Non ci possiamo neppure meravigliare se le riunioni che portano al dissesto non si fanno pubblicamente, e che invece si sarebbero dovute fare da mesi, tra i cittadini, mettendo pubblici manifesti, allargate quindi a tutti, e soprattutto facendo vedere quelle “carte” tanto bollenti, quell’elenco di creditori mai invece tirato fuori. Si fanno invece in qualche salotto privato di Piazza Vescovado, che accoglie non solo la Cattedrale maggiore di Alife, la Curia tanto cara al Vescovo Di Cerbo (a proposito intervenuto in questi giorni per mostrare solidarietà al sindaco per gli incresciosi episodi, quella certamente, in quanto agli alifani il balzello delle tasse se lo pagano loro, ognuno con le proprie tasche). E che meravigliarsi poi se all’improvviso siamo tutti competenti in materia finanziaria, anche “scribacchini” che giudicano la professionalità di esperti alifani e locali, “che fino ad oggi con la loro insufficienza hanno portato la città al default”. Alternative ce n’erano? Certamente: un piano pluriennale di rientro dal debito; è stato detto in sede di conferenza stampa, ed a distanza di tre giorni lo hanno ribadito in sede di consiglio comunale tanto il gruppo di opposizione che consiglieri fuoriusciti di maggioranza. Ma, tanto per restare nel linguaggio caro a consiglieri politici, abbiamo assistito ad una “maggioranza sorda” (che pur di arrivare a questo obiettivo ha allontanato, non confermando, la collaborazione di professionisti “forestieri” propensi pure loro al predissesto), ma stavolta la minoranza non “sarà muta”. Allora che dire: l’ingratitudine umana è più grande della misericordia di Dio. Lo affermava lo scrittore Giacomo Leopardi, ma anche il grande Eduardo De Filippo, nella celebre “Natale in Casa Cupiello”: “nemici del proprio sangue” affermò l’attore napoletano quando, nelle vesti di Lucariello, si rese conto che la moglie Concetta e la figlia Ninuccia gli stavano nascondendo qualche cosa.

DELIBERA C.C. N.19 DEL 09-04-2017

 

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