ALVIGNANO. I 104 anni di nonno Antonio: dai campi di concentramento a soldato di fanteria.

Antonio Morellli nel gennaio 2014 fu insignito della medaglia d’oro al valore civile dal Presidente della Repubblica, Mattarella.

di Vincenzo Corniello – Il Mattino

Domani, primo gennaio, Antonio Morelli di Alvignano compirà 104 anni. Ma ancora gli rimangono, scolpiti nella mente, i numeri 53.000 di Dachau e 40.663 di Mauthausen. Numeri come quelli erano impressi agli internati nei campi di concentramento. A quell’ex soldato di fanteria, che sarà festeggiato, con l’affetto di sempre, della figlia Angela, dal genero Alberto Di Lello, e dalle nipoti Antonella e Filomena, assieme ai rispettivi mariti e a tanti amici e parenti, i 104 anni suonati non potranno fargli dimenticare il giorno in cui, durante una marcia forzata, costretto faccia a terra e a stomaco vuoto da tempo, andò a sbattere con la testa su un osso che «puzzava di rancido e oltretutto non saprei dire se era di carne umana o animale – rivela Morelli –. Lo morsi e sgranocchiai. Mi pareva il sapore della carne che compravamo la domenica a casa mia». Il nonno di tutti gli alvignanesi non ha mai dimenticato le sue origini tanto che, al compimento del secolo di vita, volle per regalo una giovenca perché aveva ancora la voglia e la forza di mungerla. La prigionia di Morelli, che nel gennaio 2014 fu insignito della medaglia d’oro al valore civile, è stata descritta nel libro di Carmine Mastroianni «Il fabbricatore di ali», attraverso il quale l’autore ripercorre la tragedia della Seconda guerra mondiale. Mastroianni ha ascoltato l’alvignanese, che ha sgranato il rosario di dolore generatosi da quello che definisce un «calvario» iniziato per lui in terra ellenica. In Grecia, nel 1941, all’indomani del ferimento a una mano, fu illegittimamente trascinato davanti al tribunale militare, con l’accusa di essersi intenzionalmente inferto un colpo d’arma da fuoco per ottenere il rimpatrio. Lui, modesto contadino, fu incapace di difendersi come avrebbe dovuto, divenendo una delle tante «vittime» di un tribunale che era forte con i deboli e debole con i forti. Tanto che fu recluso nel penitenziario militare di Gaeta e trasferito, poi, a Peschiera del Garda. Qui, dopo l’occupazione del 19 settembre del ’43, venne consegnato alle SS, con le quali però non accettò di collaborare, per finire tra le istituende squadre repubblichine. La conseguenza fu un lunghissimo viaggio alla volta di Dachau, su un carro bestiame. In Baviera fu schedato come Azr, Arbeitszwang Reich – lavoratore forzato per il Reich, e contrassegnato dal triangolo nero, degli asociali. In seguito, dopo indescrivibili supplizi, fu inviato a Mauthausen e riclassificato come Schutzhaftlinge – prigioniero politico. In quella sede, però, i tedeschi compresero che Morelli era una persona capace e lo utilizzarono per la costruzione di fusoliere e poi per il montaggio di cavi per aerei, fino alla primavera del 1945, durante la quale, sotto i bombardamenti alleati, salvò anche delle vite umane. In seguito fu tra i pochissimi superstiti a essere liberato dall’esercito americano. Nel 2016 Morelli fu ricevuto dal Presidente della Repubblica, invitato in occasione della «Gionata del memoria». In ogni momento Morelli, lucido come non mai, ricorda che «lì, in quel non luogo aborto della ragione, tra i lunghi baracconi neri, simili a larve, ci ordinarono di togliere gli indumenti, sotto la pioggia, fredda, battente, e si avventarono su di noi per picchiarci. Vidi mascelle spaccate, volti sfigurarti, carni piagate, persino cani che dilaniavano gambe e braccia. Osservavo il mio corpo, scheletrico e sporco; mi sembrò di aver perso non solamente la dignità ma la stessa essenza umana». Mentre riferisce Morelli ha gli occhi inumiditi.

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