LETINO / PIEDIMONTE MATESE. L’Artista del paesaggio matesino, Albino Leardi, che ha illustrato anche Letino.

Nel 1965 il fotografo, Nicola Caprarelli, dell’attuale via Luigi Ferritto (medico letinese e  vicesindaco ed assessore di Piedimonte d’Alife) comprò da mia madre il costume tradizionale letinese…

di Giuseppe Pace

In periodo di accesa competizione elettorale per il rinnovo della res publica della cittadina di Piedimonte d’Alife, Matese dal 1970, è più gratificante scrivere di cose forse più generose come quelle di Albino Leardi. Tralascio dunque, per il momento, l’ambiente politico piedimontese che dovrebbe uscire verso la luce del futuro, senza più feudi elettorali, per scrivere d’altro, meno difficile? Il pensionato Albino Leardi, a mio avviso, da ex fotografo e docente, dà non poco lustro al Matese tutto, senza campanilismi piedimontesi, né di altre comunità civili, ponendo a disposizione di tutti la sua arte professionale. Lo fa da pensionato e gratis, una sorta di volontariato civile per elevare l’animo dei matesini e non solo verso sentimenti con pecundria napoletana, ma li eleva al cielo nuvoloso o limpido che sovrasta il nostrano Matese. Le sue fotografie non sono dilettantistiche, ma ricche di sapienza professionale, come i suoi spunti e non poche promozioni culturali che tendono ad approfondire alcuni aspetti civili delle comunità matesine. Ad esempio tramite facebook, che utilizza, mi è stato possibile sapere che un tempo scriveva sul media “Roma” anche dell’origine greca di Letino, mio paesetto Natale, il più alto del sistema montuoso Matese (lungo 75 km e largo mediamente 20 e con 25 cime che superano i 1000 di quota). Sull’origine greca dei letinesi ci sono dubbi e certezze, ma i primi devono sempre illuminarci verso la strada, in salita, della ricerca scientifica seria. In agosto scorso, mi è capitato di incontrare davanti al negozio piedimontese Costa, che vende confetti, ecc., due professionisti e personaggi piedimontesi a me noti anche per la comune adesione all’ASMV (Associazione Storica del Medio Volturno): Camillo Contenti e Rosario Di Lello. Dopo i saluti il discorso è andato a finire sulle origini di Letino e dei Letinesi. Ubi maior minor cessat per le tradizioni ed altri aspetti non solo del Matese, mi sono detto e a parlare è stato il già medico Rosario Di Lello, che ha pubblicato non poco anche del Matese, come “Le Focarelle” di Pietraroja su uno degli Annuari della ASMV. Egli ci ha informato, ma mi ha anche interpellato, con un pizzico di humor positivo, sull’origine di Letino. Ha informato sia me che l’Avv. Camillo Contenti che nel museo delle Arti e Tradizioni Popolari di un’isola greca (non ricordo il nome che pure ha detto), ha rinvenuto due telaietti, che poi ha ritrovato esistenti sia a Letino (CE) che a Pietraroja (BN). La sua cortesia,  per me è sempre stata esemplare, perché ha ceduto la primogenitura dei due telaietti greci a Letino che avrebbe poi esportato e diffuso a Pietraroja come oggetti della tradizione di tessere e cucire la “centa” o cintura delle donne in vestito tradizionale. Non conosco sufficientemente le tradizioni di Pietraroja né il costume tradizionale, a parte la conoscenza meno superficiale di Paleontologia del giacimento fossilifero eccezionale ed internazionale di Pietraroja e non solo con il fossile di Scipionix samniticus, dei Celurosauri, di oltre 113 milioni di anni fa. Invece di Letino qualcosa in più conosco anche del cosidetto folclore, che cura da tempo la Pro Loco”Letizia” di Letino. Nel 1965 il fotografo, Nicola Caprarelli, dell’attuale via Luigi Ferritto (medico letinese e  vicesindaco ed assessore di Piedimonte d’Alife) comprò da mia madre il costume tradizionale letinese, su insistenza di mio padre, che amava più le innovazioni che le tradizioni. Ciò premesso mi preme sottolineare che già nel nome della letinese Pro Loco “Letizia”,  c’è il mito, non solo fantastico, che narra di una principessa greca, di nome Letizia, con la sua corte di soli nobili fuggita dall’espansionismo degli Ottomani e capitata sull’alta valle del Lete. Di mito in generale e del Matese in particolare ha scritto un saggio l’Avv. Luigi Cimino, altro associato della comune ASMV. Nell’alta valle del Lete la principessa greca suddetta, intorno al IX-VIII sec., dopo essersi dissetata e bagnata nelle terapeutiche acque del fiume della dimenticanza o dell’oblio, già mitico (vedi Virgilio nel V libro dell’Eneide oltre che il sommo poeta Dante: nella sua Commedia poi divenuta o chiamata anche Divina), avrebbe apprezzato benevolmente la qualità delle sue acque e avrebbe deciso di stanziarsi lassù, per sempre, dando origine al nome del paesetto, che oggi registra meno di 800 abitanti. Nel 2003, ero a Roma come delegato al Congresso del mio Sindacato scolastico, lo Snals, e ho pensato di concedermi delle ore di libertà, non vigilata. Sono stato dapprima ad Albalonga a sentire il respiro della  Storia e del mito virgiliano sul lago vulcanico di Albano, dov’è oggi la sede estiva del papa (Casatelgandolfo), poi ho visitato il Museo delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma-Eur. Come avevo intuito, ho ritrovato il reperto storico che cercavo. Era il bel costume tradizionale di Letino. Era in magnifica mostra di sé insieme a quello di Macchiagodena (IS). La dedica sottostante riportava ”Collezione donata al Museo nel 1910 dall’Ing. Guglielmo Berner, direttore del cotonificio di èPiedi,monte d’Alife”.  Non è singolare che un uomo svizzero d’origine e Ingegnere abbia donato una collezione di Etnologia al Museo nazionale, e tra tutti i costumi matesini abbia scelto quei due suddetti? Chissà cosa sapeva e se lo sapeva delle origini di tali costumi. Nel mio saggio “Letino tra mito, storia e ricordi”, 2009, non avevo scritto, che molti costumi tradizionali del Mezzogiorno italiano sono del 1600 ad eccezione di pochi come quello di Letino, cosa che ho fatto poi in “Piedimonte M. e Letino tra Campania e Sannio”. Ho anche scritto che vestire tutti allo stesso modo sia pure di colore verde per le nubili, rosso scarlatto per le maritate e nero per le vedove (donne letinesi), non era migliore di oggi che permette al singolo di scegliere il costume che vuole. Vedo in questa evoluzione dei costumi un passo verso l’innovazione e l’evoluzione culturale democratica del mammifero placentato della specie Homo sapiens. Nei piccoli paesi, come Letino, non sempre si guarda al costume tradizionale come un reperto museale bello e che dà spunti per conoscerne alcuni aspetti ambientali: i massicci panni di lana del costume letinese sono indicatori di un clima invernale non mite (come mite, invece, era nell’isola greca dove il dr. R. Di Lello ha cercato e trovato reperti storici interessanti). Ritengo, e lo dissi anche alla presentazione pubblica del mio saggio su Letino del 2009, che quando a interessarsi di storia e di società non è un letterato o uno storico di professione o di formazione, trovo che sia più utile ciò che scrive per la cultura e soprattutto per la formazione dei giovani perché potrebbe essere meno affetto ed afflitto da morboso campanilismo. Un medico, ad esempio, procede non per teorie ed ideologie, ma sulla base di misure certe e deduzioni conseguenti e così di altri saperi, soprattutto scientifici. Credo che la mia precisazione, fatta pubblicamente a Letino, abbia scontentato qualche conterraneo allora esponente politico di secondo piano, quello di primo lasciamolo stare e stendiamoci sopra un pietoso velo. Scrivo ciò per dire all’Artista Albino Leardi che mi invii pure il suo articolo dedicato ai letinesi che scrisse per il media “Roma”, allora molto letto in area del Sannio Alifano, di cui Letino fa parte anche per le anime che dipendono dalla Diocesi d’Alife-Caiazzo e non da quella d’Isernia come il vicino paesetto di Gallo Matese, che avrebbe ben altre origini storiche e flocloristiche. Lo leggerò con gradita attesa ed attenzione, grazie personaggio conterraneo che conosco solo virtualmente, tramite face book: viva l’innovazione mediatica anche se in area nostrana sannitica c’è più di qualche docente, che rifiuta addirittura l’uso d’internet, sembra come gli indiani d’America che rifiutavano il ”cavallo d’acciaio”, che era il treno che solcava le vaste praterie tra l’Est e l’Ovest statunitense: meno di 2 secoli fa!

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