ALIFE. Interessanti spunti storici di riflessione dal convegno organizzato, nel pomeriggio di ieri in aula consiliare, dall’Associazione Alto Casertano.
Diversi i personaggi che dal Matese, da Alife, da Piedimonte Matese, da Baia e Latina, da Caiazzo, da Marzano Appio, da Tora e Piccilli, da Teano, da Caianello, diedero il loro contributo nell’Unità d’Italia del 1861.
(nella foto, un momento dei lavori) A fare
gli onori di casa il primo cittadino di Alife, Giuseppe Avecone che, con Federico de Pandis, Presidente dell’Associazione Alto Casertano, hanno incontrato nel pomeriggio di ieri, relazionando davanti ad un attento pubblico, Antonio Corbo, Magistrato della Corte di Cassazione; Giuseppe Stellato avvocato del Foro di Santa Maria Capua Vetere; Simeone Veccia, docente di economia aziendale; Alberto Zaza d’Aulisio, Predidente della società di Storia Patria di Terra di Lavoro. A moderare i lavori, il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Giovanni Caparco.
(nella foto, il Sindaco Avecone saluta i partecipanti) Toccati diversi punti che hanno acceso interessanti spunti storici di riflessione. I relatori hanno citato illustri personaggi del passato che danno dato un innegabile contributo alla crescita del Matese. A cominciare da Ercole d’Agnese (1745-1799). Nato dalla nobile famiglia trasferitasi da Napoli a Piedimonte Matese, fu educato nel collegio di San Tommaso dei Domenicani, poi, studente a Napoli, aderì alle ideologie razionalistiche che venivano dalla Francia, diventando perciò la pecora nera della famiglia, tanto che lo zio Domenico, canonico di S. Maria, lo cacciò di casa. Fu costreto ad emigrare clandestinamente in Francia, dove lì la rivoluzione era trionfante. Militò fra i Giacobini e viveva a Marsiglia, dove diventò professore e scrittore di Diritto. Rientrato in Italia, con Abrial, a seguito dell’esercito rivoluzionario francese d’Agnese fu scelto quale membro del Comitato esecutivo e poi Presidente della repubblica partenopea. Si rese celebre per la fermezza dei suoi princìpi e per lo zelo profuso nel rendere salda la Repubblica. Quando l’esercito borbonico costrinsero i rivoluzionari alla resa senza condizioni, anche il matesino d’Agnese fu chiuso nel carcere del Carmine e condannato a morte quale traditore e collaboratore degli invasori stranieri e per questo impiccato nella Piazza del Carmine a Napoli il 1° ottobre 1799.
(nella foto, Stellato, Veccia, Corbo) Citato anche Gennaro Aspreno Galante, presbitero, docente e storico, si dedicò a studi di antichistica, di letteratura latina e greca, di teologia, con particolare riguardo alle sacre scritture e a San Tommaso d’Aquino. Ordinato sacerdote dal cardinale Sisto Riario Sforza nel 1866, nel 1878, fu nominato professore di storia ecclesiastica e di archeologia cristiana prima nel liceo arcivescovile di Napoli, poi nel collegio di Maria, o seminario del Regno. Nel 1872 scrisse la sua Guida sacra della città di Napoli, in cui riporta la descrizione delle chiese napoletane. Incaricato canonico cimeliarca (custode del tesoro) del Duomo di Napoli, ricoprì anche altre cariche tra cui quella di ispettore agli scavi e monumenti di Pozzuoli.
(nella foto, Federico de Pandis, Presidente della Associazione Alto Casertano). Anche Giovanni Caso diede un validissimo contributo al territorio. Sposa a Baranello, in Molise, Luisa Zurlo, figlia di don Biase Zurlo, personaggio di primissimo piano nelle vicende storiche molisane, che svolse un ruolo di significativa innovazione e miglioramento delle condizioni della regione. Biase Zurlo fu nominato Visitatore Economico del Contado di Molise; divenne poi Sottintendente del Distretto di Campobasso e nel 1807 Direttore delle contribuzioni dirette della Provincia del Molise. Suo fratello Giuseppe Zurlo, allievo di Gaetano Filangieri, dopo essere stato Giudice del Tribunale della Vicaria a Napoli, fu Ministro delle Finanze borbonico. Giovanni Caso e Luisa Zurlo vanno a vivere nel grande casa palatiata dei Caso a San Gregorio. Tra il 1816 ed il 1828 ebbero sei figli, cresciuti tra San Gregorio e Napoli. A 45 anni nel 1829 muore improvvisamente don Giovanni Caso. Dopo un matrimonio di appena 15 anni, tocca a donna Luisa Zurlo allevare da sola i ragazzi: Francesco, Beniamino e Federico studiano al Real Collegio di Maddaloni e Michele, è in seminario a Piedimonte Matese. Nel 1835, muore anche nonno Biase Zurlo. Ma i ragazzi ne hanno ormai assorbito gli ideali e sono legati d’amicizia con gli intellettuali antiborbonici del tempo. Soprattutto uno di loro, Beniamino, è attratto dalla vita politica.
Toccati anche i temi dellemancipazione dei lavoratori, con al Prima Internazionale, che era alla base del pensiero e dell’azione degli Internazionalisti italiani. Già nel 1874 con il tentativo di San Lupo, Letino e Gallo, sulle montagne del Matese, vollero dimostrare alle popolazioni locali che i tempi erano maturi e la rivoluzione sociale era possibile, l’emancipazione dei lavoratori, intesa come liberazione totale dell’uomo, era realizzabile. La rivoluzione sociale doveva rappresentare un’implosione interna alla classe dei lavoratori che si sarebbero ribellati secondo i principi dell’allora nascente Socialismo.







