ROCCAROMANA. “Venite odoremus”: da mesi un rivolo maleodorante invade la carreggiata in un canalone sulla strada che da Roccaromana porta a Statigliano. 

Nessuno, finora, ha chiarito l’origine di quella fuoriuscita: se derivi da una rete fognaria danneggiata, da uno scarico abusivo o da altro e finché l’origine resta un’incognita – la nota.

di Alfredo Pappalardo

I liquami? Cosa scorre? E l’ordinanza … nasce morta? Da mesi un rivolo maleodorante invade la carreggiata in un canalone sulla strada che da Roccaromana porta a Statigliano

E non serve il latino da messale per “orientarsi” verso questo canalone: a volte basta il naso. 

Da mesi, con puntualità che si vorrebbe riservata a ben altro, una colata di acqua, non limpida né chiara e tantomeno potabile, torna a occupare il fondo della strada, sconfinando qua e là anche sulla carreggiata. Con il caldo la sostanza fuoruscita si fa melmosa, densa, e uno strano odore diventa un biglietto da visita che nessun residente ha mai chiesto.

La prima segnalazione risale a diverse settimane fa. È arrivata,poi, una risposta dell’Amministrazione, sotto forma di un atto: l’ordinanza n. 10 del 13 luglio 2026, con oggetto «Obbligo di manutenzione fossi». Un titolo burocratico e asciutto, che promette interventi ma – va detto – non specifica chi debba materialmente ripulire il canalone, né entro quanto tempo, né con quali controlli a seguire.

Chi abita in quella zona, e i pedoni che ogni giorno attraversano il tratto incriminato, avrebbero preferito qualcosa di più concreto di un provvedimento su carta. Perché il punto non è la buona volontà di chi firma un’ordinanza, ma cosa succede dopo la firma. E qui la memoria corre, quasi da sola, a un altro documento rimasto sulla carta: le grida del governatore spagnolo nei Promessi Sposi.

Chi ha fatto le scuole medie ricorderà il meccanismo: editti solenni contro i bravi, ripubblicati di continuo perché il primo, il secondo, il decimo non erano bastati a fermare nessuno. Norme sempre più severe nella forma, sempre più inefficaci nella sostanza – proprio perché nessuno le faceva rispettare davvero. Non vorremmo che l’ordinanza n. 10 finisse a fare compagnia a quella del 15 ottobre 1625, quella che – come scrive Manzoni – «il caso era contemplato», e infatti non se ne fece nulla.

Ma c’è poi un secondo capitolo del romanzo che qui torna utile, ed è quello dell’Azzeccagarbugli. Renzo Tramaglino, che cerca giustizia dopo il sopruso subito, scopre sulla propria pelle che la legge, nel Seicento, non stava dalla parte di chi la invocava, ma di chi aveva mezzi e potere per aggirarla. Il paragone, certo, va preso con le pinze: siamo nel 2026, non nel Seicento, e – per fortuna – non ci sono bravi armati di spadino a intimidire nessuno –  non sto a dire che qualcuno per me li aveva anche promessi e forse ingaggiati- 

Ma il meccanismo di fondo, quello che un principio sacrosanto sulla carta è sbiadito nell’applicazione quotidiana, non è poi così lontano da come funzionano ancor oggi certe pratiche amministrative quando manca chi verifica, controlla e sanziona.

«La giustizia è uguale per tutti» resta un principio a cui nessuno, oggi, rinuncerebbe a parole. Nella pratica, però, capita che l’applicazione delle regole dipenda da chi ha interesse a farle rispettare – e da chi, al contrario, ha convenienza a lasciarle scivolare via, un po’ come il liquame nel canalone.

Ma resta un punto che riguarda la salute pubblica e non solo il decoro urbano. Nessuno, finora, ha chiarito l’origine di quella fuoriuscita: se derivi da una rete fognaria danneggiata, da uno scarico abusivo o da altro e finché l’origine resta un’incognita, restano ignoti anche i rischi sanitari per chi vive a ridosso del canalone e per chi vi transita a piedi ogni giorno.

Per questo, in aggiunta all’ordinanza sulla manutenzione dei fossi, servirebbe un passaggio in più: che la massima autorità sanitaria del Comune disponga accertamenti puntuali, verifichi la natura del liquame e stabilisca, con atti concreti, chi debba intervenire e in che tempi, altrimenti l’ordinanza n. 10 rischia di restare l’ennesima grida di un paese che, come nel Seicento manzoniano, sa scrivere le regole meglio di quanto sappia farle rispettare.

E mentre si aspetta un accertamento che forse arriverà, forse no, il liquame continua la sua opera silenziosa: non fa rumore, non protesta, non firma esposti. Si limita a scorrere, giorno dopo giorno, sotto il sole di luglio, trasformandosi in un problema sanitario con la stessa discrezione con cui l’ordinanza n. 10 rischia di trasformarsi in carta straccia.

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