Donne e false accuse. Arrestato con il “Codice rosso”, assolto dopo cinque anni: ora chiede i danni per ingiusta detenzione.

Operaio 33enne finito in carcere nel 2021 dopo la denuncia della convivente per maltrattamenti: assolto definitivamente in appello, oggi chiede indennizzo allo Stato
di Enzo Serra
Cinquantasei giorni in carcere, poi i domiciliari, divieto di avvicinamento e cinque anni trascorsi tra accuse, udienze e processi. Adesso che la giustizia lo ha assolto definitivamente, un operaio edile romeno di 33 anni chiede allo Stato risarcimento per ingiusta detenzione. La vicenda arriva da Torino e riapre il dibattito sul delicato equilibrio tra la necessità di proteggere rapidamente le vittime di violenza domestica e il rischio di misure cautelari adottate sulla base di accuse poi rivelatesi infondate.
L’uomo era stato arrestato il 16 agosto 2021 nell’ambito delle procedure previste dal cosiddetto “codice rosso”, il meccanismo introdotto per accelerare gli interventi nei casi di violenza domestica e maltrattamenti. Quel giorno la convivente si era presentata in commissariato con i jeans sporchi di sangue e aveva raccontato agli agenti anni di percosse, umiliazioni e aggressioni subite dal compagno. Un quadro che aveva fatto scattare immediatamente le misure cautelari.
Il trentatreenne aveva sempre respinto ogni accusa sostenendo che la donna si fosse ferita accidentalmente durante una lite domestica: gli aveva lanciato contro un bicchiere che, frantumandosi, l’aveva fatta scivolare sui cocci provocandole le lesioni. L’uomo aveva descritto una situazione familiare molto diversa rispetto a quella emersa nella denuncia: tensioni economiche, problemi legati a uno sfratto imminente, abuso di alcol da parte della donna e una dipendenza dal gioco. Nonostante le sue spiegazioni, l’operaio venne portato in carcere. Poi il trasferimento agli arresti domiciliari, il divieto di avvicinamento, che gli impedì di vedere la figlia.
Nel 2023, in primo grado, l’uomo era stato assolto dall’accusa di maltrattamenti, ma condannato a sette mesi per le lesioni, decisione fino all’appello del 2025, quando anche quell’ultima accusa è caduta definitivamente. Per i giudici non c’erano elementi sufficienti per sostenere la responsabilità penale dell’imputato: l’uomo presenta richiesta di indennizzo per ingiusta detenzione: dodicimila euro per i 56 giorni privato della libertà.
La vicenda tocca uno dei punti più delicati del sistema introdotto con il codice rosso, la normativa entrata in vigore nel 2019 per accelerare le procedure nei casi di violenza domestica e di genere. La legge prevede tempi molto rapidi per l’ascolto delle presunte vittime e consente interventi immediati per prevenire situazioni di pericolo. Un impianto normativo nato sull’onda di numerosi casi di femminicidio e di episodi in cui la lentezza delle procedure aveva impedito di proteggere le vittime in tempo.
Da una parte c’è la necessità di garantire tutela immediata alle persone che denunciano violenze. Dall’altra emergono casi come quello torinese, in cui accuse poi rivelatesi infondate hanno comportato arresti, limitazioni personali e lunghi percorsi giudiziari. Un dettaglio colpisce nella ricostruzione della vicenda: nonostante l’assoluzione definitiva, il trentatreenne non ha mai querelato la ex convivente per calunnia.
La storia riaccende una discussione pubblica complessa. Perché se da un lato il codice rosso rappresenta uno strumento fondamentale nella lotta contro la violenza domestica, dall’altro casi come questo mostrano quanto sia delicato il confine tra prevenzione, tutela delle vittime e garanzie per chi viene accusato. E quanto possano essere profonde le conseguenze personali di un’accusa che, anche quando cade in tribunale, lascia spesso segni difficili da cancellare.







