Donne assassine. Delitto Nada Cella: i giudici, “Fu delitto d’impeto, Cecere accecata da gelosia e rancore”.

condannata a 24 anni Anna Lucia Cecere, ex insegnante del casertano: le motivazioni della sentenza dei giudici della Corte d’Assise

di Francesco Li Noce

Fu un omicidio d’impeto, compiuto da una persona che poteva entrare nello studio senza difficoltà e con modalità compatibili con un rapporto diretto con la vittima. È una delle conclusioni centrali delle motivazioni con cui la Corte d’Assise di Genova ha condannato a 24 anni Anna Lucia Cecere per l’omicidio di Nada Cella, avvenuto il 6 maggio 1996 nello studio del commercialista Marco Soracco a Chiavari.

Secondo i giudici, l’azione dell’assassino “deve essere stata integralmente compiuta a ridosso della scrivania occupata da Nada Cella” e non vi sono elementi per sostenere che l’aggressione sia iniziata nell’ingresso dello studio. Un passaggio che rafforza la ricostruzione secondo cui l’autore del delitto era stato ricevuto dalla segretaria prima dell’attacco.

La Corte afferma inoltre che “non può revocarsi seriamente in dubbio” che l’omicida fosse una persona in grado di bussare ed essere ammessa all’interno dell’ufficio, circostanza incompatibile con l’ipotesi di un’aggressione improvvisa da parte di uno sconosciuto.

“Fu dolo d’impeto”, arma improvvisata trovata sul posto

Dalle modalità dell’aggressione emerge, secondo i giudici, un quadro preciso: l’omicidio sarebbe nato da una discussione degenerata e non da una premeditazione.

Lo «sfacelo del cranio» evidenziato dall’autopsia viene interpretato come segno di «irrefrenabile odio personale» verso la vittima e compatibile con l’uso di un oggetto contundente trovato sul posto, non portato dall’esterno. Anche il fatto che l’arma non sia mai stata rinvenuta rafforza la tesi di un gesto improvviso.

“Cecere gelosa di Nada”

Secondo i giudici, Anna Lucia Cecere era mossa da sentimenti di “gelosia e rancore nei confronti di una segretaria efficiente e graziosa che, a differenza sua, aveva una sicurezza economica e anche una certa autorevolezza sul lavoro”.

“Un motivo – scrivono i giudici – talmente inconsistente da non essere nemmeno raffrontabile all’enormità dell’aggressione che l’imputata ha consumato ai danni della vittima perseguendo scientemente – come si ricava dallo sfacelo cranico che le ha provocato da ultimo – la finalità di toglierle la vita, in termini pienamente sovrapponibili alla nozione dei futili motivi recepita dalla consolidata giurisprudenza di legittimità”.

La presenza di Cecere compatibile con l’orario del delitto

Le motivazioni richiamano anche la testimonianza di una vicina di casa dell’imputata, secondo cui la mattina dell’omicidio Cecere uscì prima del solito.

Un orario che, per la Corte, risulta «compatibile con il suo accesso nello studio di Soracco all’ora del delitto». I giudici sottolineano inoltre che la donna abitava stabilmente a circa un isolato dallo studio dove fu uccisa la segretaria.

Decisiva la testimonianza della donna vista con la mano insanguinata

Elemento ritenuto particolarmente significativo è la deposizione di una testimone che riferì di aver visto una donna con una mano fasciata e sporca di sangue pochi minuti dopo l’omicidio.

Secondo la Corte, la descrizione fornita dalla testimone – confermata anche dal figlio – è «realmente impressionante» per sovrapponibilità con le fattezze di Cecere ricavate dalla fotografia della carta d’identità dell’epoca.

Il silenzio dell’imputata “non è un alibi”

Nelle motivazioni i giudici affrontano anche la scelta dell’imputata di non rendere dichiarazioni durante il processo. Il silenzio, scrivono, è un diritto «sacro» e non può essere utilizzato come elemento di prova della colpevolezza.

Ma allo stesso tempo non può sostenere ipotesi difensive alternative: «la rinuncia dell’imputato ad apportare elementi nel processo è a tutto tondo», e dunque non consente di considerare come alibi circostanze non direttamente dichiarate e verificate in aula.

Condannato anche Soracco per favoreggiamento

La Corte ha inoltre condannato a due anni per favoreggiamento Marco Soracco, ritenendolo responsabile di aver omesso informazioni rilevanti sulle telefonate ricevute da Cecere nello studio nei giorni precedenti al delitto.

In particolare, secondo i giudici, il commercialista non riferì agli investigatori di aver disposto alla segretaria di non passargli più le chiamate della donna, circostanza che avrebbe potuto chiarire prima la natura dei rapporti tra i due e la presenza di contatti insistenti nei giorni precedenti all’omicidio.

“Soracco ‘Ostaggio di madre e zia, non chiamò subito i soccorsi perché incapace di prendere decisioni”

Marco Soracco, secondo i giudici, era “rimasto quasi ‘ostaggio’, ad onta dell’età ormai adulta, della madre Marisa e della zia Fausta. Entrambe, dopo la prematura scomparsa del coniuge della prima, sembrano essersi strette intorno a lui come per proteggerlo dalle paventate nefandezze del mondo esterno, ivi comprese quelle correlate a potenziali ‘avventuriere’ interessate soltanto ai suoi soldi e alla sua elevata posizione sociale e professionale in un piccolo centro quale Chiavari”. 

“Ne è scaturita una maturazione ‘bloccata’ di Soracco – si legge nelle motivazioni -, inibito nel prendere iniziative di sorta se non con l’avallo di quel vero e proprio ‘consiglio di famiglia’ costituito dalla madre e dalla zia: affermazioni, queste, che non possono non ricavarsi con univoca forza da due ‘macigni’, l’uno attinente al privato e l’altro alla sfera pubblica, che rivelano oltre ogni dubbio l’estrema difficoltà per l’imputato di assumere una qualche iniziativa di rilievo senza il permesso o il consenso delle due strette congiunte”.

“Il carattere e la personalità di Soracco rivelano per contro, a giudizio della Corte, una realtà psicologica totalmente diversa – scrivono i giudici -. Così come nel rapporto con una potenziale fidanzata, che attiene al suo privato, anche nella sfera pubblica l’uomo s’è mostrato incapace di prendere l’unica decisione razionale in quel momento — chiamare immediatamente i soccorsi — prima di convocare un repentino ‘consiglio di famiglia’ e interpellare madre e zia per averne lumi sul da farsi. Dall’istruzione dibattimentale è emerso che Soracco, alla vista di Nada che rantola per terra, chiama subito la madre, che ha appena lasciato in casa al piano soprastante, e questa chiama subito, a sua volta, la sorella Fausta, che vive in un appartamento dislocato sullo stesso piano. Soltanto dopo un verosimile, pur rapidissimo, conciliabolo tra le due donne e la conseguente elaborazione delle direttive da dare a Soracco, questi si decide a chiamare i soccorsi riferendo quello che, con ogni probabilità, era stato concordato dalle due congiunte e che l’uomo, dal canto suo, ha tenuto fermo per circa trent’anni lasciando credere che il corpo supino di Nada Cella con il cranio e il volto fracassati, in una pozza di sangue che si andava allargando mano a mano, potesse essere ricondotto a una qualche caduta accidentale o a un malore. Non sembra un comportamento ascrivibile alla volontà di ‘coprire’ alcuno, ma soltanto la plastica manifestazione dell’incapacità di assumere un’iniziativa in piena autonomia e senza le direttive di madre e zia”.

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