Donne e femminicidi. Dati nel Report del Viminale: tre femminicidi nel primo trimestre del 2026.

Dati nel Report del Viminale (Ministero dell’Interno): tre femminicidi nel primo trimestre del 2026. Il P.L.F. (Premiato Lamentificio Femminuccista) non ci sta, proprio non ci sta.

di Fabio Nestola

La casistica non deve essere censita da fonti ufficiali ma dai movimenti femministi e i centri antiviolenza. Oppure può anche essere censita da fonti ufficiali, ma con i criteri imposti dai movimenti femministi e i centri antiviolenza perché “si avvalgono di definizioni che integrano la fattispecie di reato”. Quale sarebbe la definizione femminuccista che integra la fattispecie di reato?

Eccola: «il femminicidio è ogni omicidio che colpisce la donna in quanto donna», definizione priva di qualsiasi criterio giuridicamente valido, ma intrisa di contenuti ideologicamente faziosi poiché, lo ammettono candidamente, “riconoscere il femminicidio è un atto politico”. Ecco perché i dati ministeriali divergono parecchio dai conteggi di Non Una di Meno o della Casa delle Donne di Bologna.

Tradotto: Polizia, Carabinieri, Ministero dell’Interno e Ministero della Giustizia possono fare tranquillamente il proprio lavoro, a patto che lo facciano come vogliamo noi.

Quando si parla di decessi non c’è mai niente da ridere, altrimenti sarebbe persino comico, se non fosse tragico, osservare il corto circuito ideologico: il PLF chiede a gran voce il reato di femminicidio per punire con l’ergastolo l’odiato maschio/bianco/tossico/figlio sano del patriarcato, propagandando urbi et orbi il dato falso di un femminicidio ogni due giorni.

In assenza di dati ufficiali che censiscano un reato inesistente nel codice penale, i dati falsi inondano stampa, TG, web e salotti televisivi per inventare un’emergenza sociale che in realtà non esiste. Da anni autorevoli fonti smentiscono la narrazione allarmistica, a partire dal Prefetto Francesco Messina che nel 2023 ha sconfessato le mistificazioni, precisando che i femminicidi propriamente detti erano 40 e non 111, come la narrazione mainstream voleva imporre.

Non cambia nulla, persino al Festival di Sanremo 2026 la giornalista RAI Giorgia Cardinaletti ha sciorinato la solita bufala di un femminicidio ogni due giorni, ergo circa 180 ogni anno. La sinistra lamenta la mancanza di dati ufficiali perché il reato specifico non esiste e non esiste neppure una definizione istituzionale, ma nemmeno la Commissione Femminicidio fa nulla per conferire criteri giuridici alla narrazione ideologica.

Poi il Governo Meloni mette la freccia e sorpassa le fanatiche fautrici del femminicidio a tutti i costi. Le sinistre invocano la fattispecie autonoma di reato ma urlano senza concretizzare, poi lo fa il terribile Governo Fascista.

A dicembre 2025 fa la sua comparsa l’art. 577 bis ed ecco che emerge il motivo di annose resistenze nel definire giuridicamente il femminicidio: chiunque, quando era terra di nessuno, poteva catalogare ciò che voleva come femminicidio, anche moventi economici, tossicodipendenza, disturbi mentali, omicidi pietatis causa e persino donne uccise da altre donne.

Prova ne sia che, come abbiamo più volte documentato sul blog La Fionda, i dati diffusi da vari portali femminuccisti erano molto discordanti tra loro. Ora i contorni giuridici ci sono ma le pasionarie ci restano male, non possono più inserire nel grande calderone dei femminicidi figlie uccise da madri e madri ucciseda figlie, suicidi, rapine finite male e tutto il resto.

Tre femminicidi nel trimestre gennaio-marzo, non siamo noi a dirlo ma il Viminale. Coerenza vuole che, come abbiamo sempre sostenuto, anche una sola vita persa sia inaccettabile; ma una vittima al mese sbriciola la narrazione vittimistica di una vittima ogni due giorni come emergenza sociale più emergenza di tutte.

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