Capua / S.Maria C.V. Il QS World University World Ranking non premia le Università del Mezzogiorno.

Nell’ultimo decennio sono “fuggiti” all’estero 160mila laureati italiani e altri continuano a scappare per la mancanza di ascensore sociale causato da nepotismo e corruzione.

di Giuseppe Pace (laureato all’Università di Napoli e perfezionato a Padova).

Non poche sono le sedi universitarie attorno alle montagne del Matese, che separano la grande Campania a Sud dal piccolo Molise a Nord. Le più vicine sono quello molisane di Isernia e Campobasso, ma anche ingegneria a Termoli. Quelle campani più vicine sono a Benevento, a Santa Maria Capua Vetere, Caserta, Capua, Napoli, Salerno, Sant’Angelo dei Lombardi (AV). Ma anche le sedi universitarie del basso Lazio sono vicine al Matese come Frosinone e Cassino, frequentate dai residenti di Capriati al Volturno, Pratella, ecc.. Le università come le altre istituzioni risentono sempre dell’ambiente economico e sociale del territorio in cui operano. Non c’è dunque da meravigliarsi se al Settentrione le Università siano migliori del Mezzogiorno e così le altre scuole, gli ospedali, ecc.. Per l’Istat i dati sull’occupazione migliorano ma solo al Nord. In base ai dati più recenti la media del tasso di disoccupazione si riduce in tutte le aree territoriali del Paese ma “i divari rimangono accentuati: nel Mezzogiorno (19,4%), quasi tre volte quello del Nord (6,9%) e circa il doppio di quello del Centro (10,0%)”. I dati recenti dell’Istat sono preoccupanti soprattutto sugli effetti di tale situazione sul futuro dei giovani. L’esodo dei giovani laureati italiani verso l’estero ha un saldo notevolmente negativo. E riguarda anche il Nord i cui dati sono compensati solo dalla massa migratoria di studenti e laureati provenienti dal Sud. Una realtà sconcertante se si considera che il Paese investa nell’istruzione il 4% del proprio PIL. Ma non sono solo le cifre esorbitanti a documentare le perdite in termini umani ed economici, il danno più pesante per il Sud è la perdita di intere generazioni di giovani e i loro mancati frutti nel tempo. Le università italiane preparano generazioni di giovani che poi lasciano l’Italia andando altrove per realizzarsi. Secondo uno studio recente dell’Istat, i laureati in termini percentuali emigrano più della media degli italiani”. Ma le criticità colpiscono soprattutto il Sud, poiché “la perdita di talenti rischia di influenzare negativamente il benessere e la sua sostenibilità”. Il Paese si svuota delle sue risorse ed energie migliori, una voragine sempre più incolmabile che assume le forme di una “vera emorragia, di un dissanguamento continuo e inesorabile quasi un vero suicidio“, come constata il Pro Rettore della Kore di Enna, G. Tesoriere. Così partono richiestissimi all’estero i migliori laureati, i tecnici più preparati nei campi aerospaziale aeronautico, programmatori informatici ingegneri fisici, e la lista si può allungare all’infinito. Riflessioni amare condivise in tutte le università e centri di eccellenza. Emergono in modo lampante allora le priorità per il nostro Paese che soffre sempre più di un vuoto incolmabile, che tocca il proprio futuro. Questo esodo di cervelli, se rivela una situazione di “carenza strutturale di adeguate opportunità lavorative, si traduce a sua volta nel perdurare di uno stentato sviluppo del tessuto produttivo”. Tutte le regioni hanno un saldo migratorio di laureati italiani negativo a livello internazionale, comprese le brillanti Lombardia ed Emilia-Romagna: queste ultime infatti conquistano terreno in termini assoluti solo se alle “perdite” verso l’estero si aggiungono i “guadagni” legati alla mobilità interregionale di laureati (quelle dal Sud al Nord). In Basilicata, Calabria e Sicilia il quadro è decisamente negativo: alle migrazioni verso l’estero, che comportano un saldo negativo tra il -4 e il -7 per mille, si sommano quelle verso altre regioni d’Italia fino ad arrivare a un tasso migratorio tra -26 e -28 per mille. I laureati inoltre in termini percentuali emigrano più della media degli italiani, che comunque non sfigurano (dal 2008 al 2016 sono stati ben 623.885 i nostri connazionali espatriati). Il nostro Paese spende circa il 4% del Pil (stime Ocse) per l’intero ciclo di istruzione dei suoi cittadini: quasi 69 miliardi di euro, pari a circa 20 volte la famigerata Imu-Tasi sulla prima casa abolita qualche anno fa. In passato qualcuno ha indicato in circa 100mila euro la spesa pubblica complessiva per l’istruzione di un o una giovane che conclude l’università. Bene, anzi malissimo: perché il quinto Rapporto Istat sul benessere equo e sostenibile, presentato qualche mese fa, porta pessime notizie. Il Mezzogiorno dunque è doppiamente colpito dalla fuga di cervelli (sia al Nord che all’estero). «È soprattutto nel Mezzogiorno che la perdita di talenti è particolarmente critica e rischia di influenzare negativamente il benessere e la sua sostenibilità – concludono le due ricercatrici Istat – : essa infatti non è solo un sintomo di una carenza strutturale di adeguate opportunità lavorative, ma si traduce a sua volta nel perdurare di uno stentato sviluppo del tessuto produttivo». Con la legge n. 240/2010 di riforma del sistema universitario, il Nucleo di Valutazione diventa l’organo di Ateneo responsabile della verifica della qualità della formazione e della ricerca e assolve le funzioni di Organismo Indipendente di Valutazione (OIV), di cui all’art.14 del d.lgs. 150/2009, nell’ambito della Valutazione delle performance. L’Indipendenza dell’Organismo anche dall’ambiente locale? Si spera ma non è facile separare controllore e controllato. Le Università del Sannio sono valutate bene oppure no? Non sembra che godano buona salute dai dati comparativi internazionali sulla qualità dell’istruzione erogata. L’Università di Napoli, di via Mezzocannone, è la più antica università statale del mondo, Bologna e Padova la seguono sia pure del medesimo secolo, il XIII. Il colto imperatore Federico II volle a Napoli l’Università: prima di ogni altra parte del suo laico e vasto regno. Il papato, allora, lo avversò, sbagliando poiché non diede una mano all’evoluzione culturale europea. La gemmazione di Università statuarie ed antichissime, come la “Federico II” di Napoli, non ha prodotto un miglioramento di qualità, anzi direi che lo ha peggiorato poiché i laureati di più piccole università non eccellono affatto. Arriva puntuale la classifica sulle università più seguita al mondo, la Qs Ranking, che fa registrare per il 2019 una sensibile avanzata degli atenei italiani. Tutti, ma non quelli del sud. E la Campania ancora una volta arretra sul piano della formazione accademica. Sono 44 le Università che compaiono nell’elenco, per 48 discipline. L’Italia è quarta in Europa e settima al mondo. 18 atenei italiani inoltre sono stati classificati tra i primi 100 per 36 distinte discipline. In una sola di queste discipline siamo primi al mondo. I campioni degli studi classici infatti si laureano alla Sapienza di Roma, unica università italiana medaglia d’oro in «Studi Classici e Storia Antica». Un ambito molto specifico, che posiziona l’ateneo pubblico italiano davanti all’Università di Oxford e a quella di Cambridge, alla Sorbona di Parigi e alla mitica Harvard. La Sapienza è la star mondiale delle Antichità, Politecnico di Milano tra i primi dieci in Design, L’Università di Padova scala 15 posizioni nella classifica mondiale degli atenei, mentre Napoli e Salerno prime in Campania soltanto. Sono stati pubblicati i risultati della prima edizione dello University Impact Rankings, la nuova classifica elaborata dalla testata internazionale Times Higher Education (THE) con l’obiettivo di evidenziare come il settore dell’Alta Formazione e Ricerca si stia approcciando verso gli obiettivi di sviluppo sostenibile indicati dall’ONU. Il ranking vuole dare una rappresentazione di come il lavoro delle università influisca sulla comunità, con riferimento ad attività che vanno oltre i primari compiti degli atenei della didattica e della ricerca e che sono riconducibili a un più generale contributo di trasferimento di conoscenza e innovazione nei confronti della società. Attività che vengono oggi più comunemente ricondotte sotto l’espressione “Terza Missione” e che THE ha inteso valutare nella cornice degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU (SDGs). Entrando nel merito della classifica il nostrano Mezzogiorno sfigura, come al solito purtroppo. Eppure per chi vive in un raggio di 180 km da Napoli sembra che di migliori università sia difficile trovarne. Idem appare per Padova in un raggio di 110km. Ciò è un esempio dell’eccesso di provincialismo tutto italiano. Gli unici atenei presenti oltre il 101esimo posto sono la Federico II di Napoli e l’Università di Salerno. La classifica di Qs riguarda 1.200 università in 78 Paesi ed è compilata ascoltando l’opinione di 83 mila accademici e 42 mila datori di lavoro. Quattro sono i parametri considerati: reputazione accademica, reputazione del datore di lavoro, citazioni per pubblicazione e Indice H (l’impatto di una ricerca). Cresce il Politecnico di Milano: tra i migliori dieci in tre discipline: sesto in Arte & Design, settimo in Ingegneria civile e settimo in Ingegneria meccanica. In Architettura è undicesimo. L’Università di Bologna è la seconda italiana rappresentata in classifica e il migliore degli atenei nazionali in 4 materie: Arte e studi umanistici, Lingue moderne, Scienze agro-forestali e Odontoiatria. Il terzo campione nazionale è l’Università di Padova, trentaseiesima al mondo in Anatomia. La privata Bocconi di Milano è ottava al mondo per Business & Management (+2), sedicesima in Economia (comferma) e diciottesima in Finanza (+11). La città di Milano ha sette università classificate, Roma quattro, Pisa tre. La Statale è la migliore delle italiane in Farmacia e Veterinaria, lo European University Institute, Istituto presente nella Badia di San Domenico a Fiesole e finanziato dall’Unione europea, primeggia in Italia in Scienze politiche e Sociologia. Per un cambio di metodo di calcolo, sono uscite dal ranking il Conservatorio di Roma Santa Cecilia e l’Accademia di Belle Arti (sempre a Roma). Il Politecnico di Torino entra per la prima volta nella classifica di Ingegneria Mineraria, posizionandosi al 24esimo posto. In Campania gli unici due atenei menzionati nella classifica generale sono la Federico II di Napoli e l’Università degli studi di Salerno. Quest’ultima compare unicamente per i corsi di Informatica nella fascia che va dal 451 al 500esimo posto. Napoli sale di graduatoria quando si parla della facoltà di Architettura (151/200), Archeologia (101/150), Ingegneria meccanica e aereonautica (101/150), Ingegneria chimica (151/200) ed Elettronica (151/200). E sempre la Federico II di Napoli compare nel ranking delle facoltà di Medicina (201/250) e Scienze Biologiche (301/350). L’Università di Padova,invece, è tra i top 20 atenei al mondo per sostenibilità „L’ateneo patavino è 16esimo al mondo nel nuovo ranking elaborato da Times Higher Education, volto a misurare l’impatto sulla società delle università, sulla base degli sforzi fatti da quest’ultime verso gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU“. L’Università di Padova scala 15 posizioni nella classifica mondiale degli atenei arrivando al 234esimo posto su scala globale ed entrando per la prima volta tra le migliori 100 università d’Europa (99esimo posto). L’Ateneo conferma così un trend in crescita, che l’ha visto passare nelle ultime quattro edizioni del ranking dal 338esim al 234esimo posto su scala globale. „R. Rizzuto, Rettore dell’Università di Padova, non può che essere soddisfatto: «Anche quest’anno il QS World University World Ranking premia l’Università di Padova. Un buon risultato che conferma il trend di crescita poco dopo l’ottima valutazione certificata dal voto eccellente dell’Anvur, frutto di una profonda e dettagliata analisi, continuiamo a crescere anche sullo scenario internazionale, in particolar modo in una classifica con indicatori che tradizionalmente non premiano gli atenei italiani».“L’agenzia QS elabora il proprio ranking, in cui rientrano le migliori 1.000 tra le oltre 18.000 università nel mondo, sulla base di 6 macro-indicatori: La reputazione accademica, che valuta il riconoscimento di un ateneo nella comunità scientifica internazionale; La reputazione presso i datori di lavoro, che considera la qualità dei laureati usciti dalle varie università; Le citazioni che misurano l’impatto della produzione scientifica;Il rapporto docenti-studenti come misura della qualità della didattica;Il grado di internazionalizzazione del corpo docente. Il grado di internazionalizzazione degli studenti. Il Sole 24 ore pubblica,invece, le classifiche degli Atenei italiani, elaborate sulla base di dati forniti dall’Anvur (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca), dall’Anagrafe degli Studenti e dal MIUR. In un quadro che vede primeggiare le Università del nord-est (Verona e Trento) e che, in generale, certifica l’accentuazione del divario tra Atenei del nord e del centro sud (le Università di Napoli, di Bari e di Palermo occupano 5 delle 6 ultime posizioni), i punteggi attribuiti ad Unimol segnalano la vitalità dell’ateneo molisano. L’Università del Molise si colloca infatti tra le prime 15 d’Italia nelle graduatorie per attrattività (% di immatricolati fuori regione sul totale) e per “giudizio degli studenti sulla qualità della didattica”, occupando rispettivamente la dodicesima e la ottava posizione. 16° posto su 61 nella classifica sugli stages che misura la capacità di offrire agli studenti opportunità di effettuare tirocini presso aziende, amministrazioni, studi professionali. Si confermano invece le difficoltà relativamente agli indicatori sulla occupabilità ad un anno dalla laurea, dove incidono fattori di contesto economico-territoriale, sulla sostenibilità dell’offerta formativa in rapporto al numero dei docenti, sui dottorati di ricerca e sulla mobilità internazionale. Alla luce dei risultati riportati, il Rettore, esprime una moderata soddisfazione, considerando tutt’altro che disprezzabile il recupero, da parte di Unimol, di circa dieci posizioni rispetto al 2012, anno in cui l’Ateneo si collocò al 54° posto su 58. Recupero che colloca oggi l’Università del Molise al 49° posto su 61 nella classifica generale: “le statistiche pubblicate dal Sole 24 ore dicono a chiare lettere che studiare all’Unimol piace. Sono convinto che ci riusciremo, anche in considerazione della nuova sensibilità mostrata dagli Enti Locali, in primis dalla Regione Molise e dai Comuni di Campobasso e Isernia e dalle rappresentanze parlamentari molisane, sempre più consapevoli che l’Università costituisce…”. Nell’ultimo decennio sono “fuggiti” all’estero 160mila laureati italiani e altri continuano a scappare per la mancanza di ascensore sociale causato da nepotismo e corruzione. L’Italia è piena d’eccellenze, quasi in tutti i settori e domini culturali, ma la media della qualità del suo sistema d’istruzione è basso. Basso è il numero di laureati e quei pochi emigrano per un ascensore sociale bloccato dalla mancanza di meritocrazia. Il Sud poi è destinato a soccombere nella competizione internazionale come anche le sue scuole ed università se qualcuno e qualcosa non inverta la tendenza. Credo che lo Stato, gravido di burocrazia e di scaricabarile delle responsabilità, non sia capace di intercettare e governare il bisogno nuovo di istruzione reale. Invece lo è più di qualche generico privato tra i genitori e tra i professionisti affermatisi in vari ambiti culturali, economici ed artistici. E’ nelle energie nuove del privato eccellente che sta la soluzione delle arretratezze sistematiche nostrane. I dettagli per una riforma sostanziale bisogna esaminarli e poi applicarli in un nuovo sistema di istruzione e scolastico. Vincere il dominio dello statalismo di sinistra e di destra è la nuova sfida culturale da affrontare. L’Italia è eccellente in molti suoi settori economici e sociali, ma non brilla nell’amministrare la res pubblica.

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